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Economia, Scuola

Una settimana in Bocconi


La mattina di buon’ ora del 21 giugno faceva abbastanza fresco, malgrado si fosse in estate. La brezza notturna aveva abbassate le temperature rendendole molto più sopportabili. D’altronde vestito com’ero di scarpe, pantaloni pesanti, canottiera, cravatta e camicia da ufficio, non avrei saputo sopportare altrimenti la calura estiva. Senza contare che, un po’ per l’emozione un po’ per le corse, stavo già sudando. Dopo un’ora circa di autobus, verso le nove, giunsi alla Stazione Centrale di Milano in perfetto orario sulla tabella di marcia. Nonostante avessi quasi una buona ora d’anticipo, procedetti con passo spedito all’interno del maestoso edificio anni ’30, da poco riammodernato con chiari marmi e più proficui negozi di boutique.
ORE 9.00 Nella Stazione Centrale si aveva la possibilità di accedere alla metropolitana direttamente, senza neanche dover mettere piede nel piazzale antistante dedicato al Duca Amedeo di Savoia. Scansati con un abile quanto imprevisto slalom gli innumerevoli venditori al dettaglio, che più o meno legalmente occupano quotidianamente il suolo milanese con le più disparate merci (dagli occhiali da sole firmati alle cinture, dagli aeroplani a una stranissima pistola spara bollicine), scesi nella più grande underground italiana.
Sottoterra già a quell’ora la folla di gente che ingombrava i sudici cunicoli era oltremodo copiosa e la difficoltà maggiore la trovai nello sforzo che feci per non urtare qualcuno ad ogni angolo. La tensione del momento era inoltre accresciuta dalla paura di essere derubato in uno dei “casuali spintonamenti”. Scese le scale a piedi (immancabilmente quelle automatiche quella mattina avevano magicamente smesso di funzionare) fui folgorato da una scena tanto opprimente per quanto molto abituale era probabilmente per tutti gli altri viaggiatori, lavoratori, il lunedì mattina: una coda interminabile si frapponeva fra me e il baracchino dei biglietti e degli abbonamenti. Dopo una notevole pausa, parecchio snervante per la tensione accumulatasi in me ma non di meno servita per riprendere fiato da quella maratona, riuscii ad ottenere un abbonamento per dieci corse che avrei utilizzato nei successivi quattro giorni.
Non feci in tempo (e questo non credo fosse un caso) a rimettere al sicuro il mio frettoloso resto nel portafoglio che subito la mano di una zingara in cerca di monetine mi si interponeva nel cammino appena accennato. Non ebbi il tempo di pensare che una folla da dietro mi spinse con violenza a procedere avanti liberando l’accesso ai treni. Tirato fuori il ticket e a inseritolo nell’apposita fessura, si aprì la barriera e in un breve istante saltai dall’altra parte. Ma nulla era ancora finito. Dopo un altro piano si scale mobili raggiunsi la banchina dei treni. Cercai nel tabellone della linea gialla i treni per San Donato: non feci in tempo a trovarli che subito uno ne arrivò e in tutta fretta mi ci infilai dentro.
Naturalmente in piedi. Una mano agganciata ad un metallico sostegno sopra la testa, l’altra a stringere lo zaino che conteneva la mia roba, per il rischio di un borseggio. Piedi e gambe debolmente fissati a terra nel faticoso sforzo di mantenere l’equilibrio sul treno in movimento. E solo due occhi per tentare di controllare la situazione. Montenapoleone, Duomo, Crocetta, ecc. Porta Romana: la mia fermata. Mi affretto a spingere verso l’uscita per evitare di rimanere incastrato all’interno al momento della chiusura delle porte. Per fortuna la tre persone intorno a me si uniscono nell’impresa di scendere da quella lattina con le ruote. Alla fine il gioco di squadra ha successo e poso il piede di nuovo sulla terra ferma. Percorro il percorso alla rovescia. Scale. Barriera. Di nuovo scale, e sono fuori. Terra!
ORE 9.23 Ma non è mai fatto l’ultimo passo: devo superare ancora due isolati per arrivare alla sede dell’università Bocconi di via Sarfatti, poi ce l’avrò finalmente fatta. O forse no?
Con passo spedito supero viale Sabotino, poi viale Bligny, via Beatrice D’Este e, dopo venti minuti di cammino, giungo all’incrocio fatale: un bar convenzionato all’angolo e da lì, alla mia sinistra, si stende il complesso degli edifici universitari. Ora devo trovare l’ingresso. Ce ne sono parecchi e il via vai di gente è tale che non ne distinguo i dettagli. Cerco con lo sguardo qualcuno che come me cerca la stessa cosa. Niente. Ci sono solo studenti di una certa età e – almeno così mi pare di distinguere – professori su con gli anni. Nessuno studente al quarto anno di scuola superiore che come me è lì per la settimana di orientamento. Intravedo un gruppo di ragazzi un po’ più giovani degli altri tanto che sembrano miei coetanei. Sorrido loro speranzoso alla ricerca della conferma: loro non mi guardano nemmeno. Un po’ scoraggiato deciso di seguirli per vedere dove mi condurranno: l’idea è buona e quando li vedo entrare da un portone principale riconosco su di una bacheca il titolo del progetto di cui faccio parte. Seguo cartelli omonimi all’interno della selva oscura dell’università; arrivo a una svolta; prendo a destra; salgo le scale e la visione di una folla di gente in coda per registrarsi conferma ogni mio ragionevole dubbio: ora ce l’ho davvero fatta.
ORE 9.44 La coda della registrazione scorre abbastanza speditamente. Mi era stato detto di presentarmi con un documento di identità, le carte della scuola firmate dal preside e la ricevuta del bonifico della quota d’iscrizione di 50 euro. Quando arriva il mio turno mi preparo a consegnare la documentazione quando una voce mi impone di presentare il bonifico. Lo faccio e loro se lo prendono senza troppe domande annotando in una lista l’accertato pagamento. La stessa voce mi dice di passare accanto per la consegna del cartellino. Mi guardano il passaporto, cercano in un elenco simile il mio cognome e mi appioppano un collare firmato Bocconi con appeso una targhetta con sopra a grandi lettere il nome mio e un buono per il pranzo del valore di € 5,60. Li prendo e subito mi faccio in parte spinto dal successivo prossimo “bonifico”. Mi è curioso pensare che nessuno mi abbia chiesto di far vedere gli incartamenti della scuola che attestano la mia selezione ma solamente la ricevuta del pagamento avvenuta.
E’ la prima lezione che imparo in una scuola che – ormai ho capito – considera lo studente quale un cliente e la sua istruzione come una merce da ben pubblicizzare. Forse l’intero stage è un enorme pubblicità, e noi ne siamo i principali acquirenti.
ORE 9.58 Davvero sono arrivato con un’ora di anticipo. Nell’attesa che si terminino le procedure di registrazione, mi propongo di fare conoscenza con qualcuno e, fiducioso che anche gli altri provino il medesimo mio sentimento di imbarazzo, sorrido a qualche viso cercando approvazione. Ma sembra che ognuno abbia intenzione di farsi i fatti i suoi. Di fronte a tanta freddezza desisto e mi attendo ad aspettare che ci chiamino per l’inizio delle lezioni. Nel frattempo passeggio curioso per il corridoio guardando distrattamente le bacheche e i disparati annunci ivi contenuti. “Affittasi appartamento zona università solo studentesse € 1000” “flat to rent only for girls close to the university wireless inclused € 900” “si condivide appartamento con altri studenti € 1800 al mese a testa offertissima” ed altre cose deprimenti di questo tipo.
ORE 10.55 Per fortuna è giunta l’ora di incominciare ed entro nell’aula Manfredini. E’ un grandissimo locale disposto ad anfiteatro, scomode le panche e mediocre il panorama. Prendo posto in seconda fila (la prima è stata lasciata vuota) e mi metto ad osservarmi intorno: vedo molte altre persone che assomigliano a me ma hanno un qualcosa di strano, un che di diverso. Cerco di ascoltare le loro voci ma il brusio è immenso e desisto nell’impresa. Dall’altra parte della mia panca c’è un ragazzo: è intento a scrivere su di un mini computer tipo diario ma sembra simpatico (anche perché è la mia unica possibilità) e decido di fare conoscenza.
Con una scusa gli rivolgo la parola. Gli chiedo che ore sono e ricevuta l’indifferente sua risposta cerco di allungare sulla puntualità tipica del mercato. Riesco a fare breccia: chiude il computer e incomincia a contribuire al discorso. Sto per pensare “finalmente” quando lo vedo tirare fuori un cellulare-computer sul quale riversa le sue attenzioni. Mi rifaccio da parte pensoso sul da farsi.
ORE 11.16 Con il tipico quarto d’ora di ritardo accademico, per fortuna l’inizio della lezione mi toglie dall’imbarazzo di dover inventare qualche cosa d’altro per tenere viva (si fa per dire) l’eccitante conversazione col vicino di posto. Adesso usa il computer per prendere appunti. Io pensavo normale scrivere su carta ma evidentemente non è più così. La signora Stefania Bianchi, responsabile della divisione studenti, ci spiega il progetto intitolato “Discover your talent” vale a dire “Scopri il tuo talento”. Sinceramente non ricordo molto di ciò che disse, a parte che era incredibilmente noioso e pacchiano, senza contare che neanche il compagno Socializzazione prese appunti. Sarà stata cosa di vano interesse. Il mentore successivo tuttavia fu tutt’altro che non interessante. Il professor Stefano Zorzoli, docente, ci guida alla scoperta – cito testualmente dal programma della settimana – del nostro talento in economia. Ci parla di come sia una materia ingiustamente sottovalutata nel panorama italiano ma, proprio per le sue caratteristiche di aderenza alla realtà, diversità di campi e possibilità evolutive, rientra a pieno titolo in tutte le fasi di vita dell’homo economicus, di volta in volta consumatore, investitore o imprenditore. L’economia è infatti una scienza sociale e in quanto tale si propone di avere come oggetto di studio l’uomo e il suo comportamento. Un uomo che attua diverse scelte strategiche e organizzative per pervenire al compimento dei propri obbiettivi, solitamente incentrati sulla realizzazione di un qualche profitto. Fin qui la spiegazione è abbastanza ragionevole ma già incomincia in me a fiorire un dubbio quando intendo il margine d’azione che il professore assegna all’uomo alla ricerca di guadagno, emblematizzato nell’espressione che l’uomo è portato a fare tutto ciò che non è vietato per giungere ai propri scopi. Sorrido. In realtà dentro di me sono già stato sfiorato dall’idea che sicuramente anche altri avranno avuto e cioè che l’uomo è disposto anche a violare i limiti del consentito, persino con grande leggerezza. La cronaca di ogni giorno ce lo conferma. Soprassiedo e accolgo l’attenuante generica che consiste nella spiegazione della divisione degli enti privati, pubblici e no-profit: i primi incentrati di solito sui ricavi, i secondi sul funzionamento delle società e gli ultimi al puro bene comune. Accetto passivamente la giustificazione che l’esistenza degli ultimi dà all’esistenza dei primi, e tiro avanti consapevole ora che non ha senso cercare morale e valori fuori da quelli commerciali in una logica di mercato.
ORE 11.45 Pausa di socializzazione. Cerco di riprendere l’eccitante conversazione con il mio vicino di posto, ora completamento impegnato a stringere mani e ad abbracciare spalle. Finiti i convenevoli, mi spiega che sono tutti (soprattutto tutte) suoi compagni di classe. Fanno la Stendhal, una scuola privata francese di Milano. Scopro che otto dei suoi colleghi sono stati presi per questo progetto dalla Bocconi. Provo a parlare io, della mia scuola (ben attento a non pronunciare la parola “statale”: chissà cosa penserebbe di me?), della mia attività nel Consiglio d’Istituto di cui faccio parte da novembre e dei miei progetti per la scuola. Accenno all’utilizzo dei laboratori. Subito mi interrompe dicendomi che anche lui aveva chiesto la possibilità di fare le lezioni al computer ma – a suo dire – con la scusa che non tutti e trecento gli studenti avrebbero potuto permettersi il Macintosh era stato rifiutato. “Strano” dice “considerato che già ci fanno pagare 7000 euro di retta l’anno!”.
ORE 11.47 L’entrata della successiva relatrice mi leva dall’impegno di rispondere decentemente, una volta intesa bene l’enormità – almeno per me – di suddetta retta. Ma gli faccio segno che avremmo continuato dopo. Tuttavia mentre la professoressa Boffano si dilunga in interminabili elenchi di branche e di applicazioni della giurisprudenza, ripenso alle parole del mio compagno. Entità della retta a parte, mi sorprendono le cifre che ha sparate a proposito della sua scuola: appena 300 studenti e ben 8 stagisti. Una proporzione alquanto insolita. Significa uno ogni trentasette studenti era meritevole a tal punto da essere preso dalla Bocconi. Eppure avevo visto alcuni miei propri compagni di classe, validissimi studenti, essere respinti senza spiegazione. Senza contare che la nostra scuola, di 1200 alunni ne aveva mandati solamente due. Uno ogni seicento. Sarebbe come a dire che uno studente della Stendhal valeva sedici volte (cioè si poteva permettere) di più di uno dell’Antonietti di Iseo.
Osservai il mio vicino di posto: da quando eravamo lì non aveva ancora tirato fuori una penna o un lapis per scrivere, e a questo punto dubito ne avesse. Segnava tutto con il suo apparecchio elettronico. Il problema sorse quando si dovette segnare un grafico fra gli appunti: il suo supporto informatico funzionava a tastiera e pertanto non consentiva ulteriori apporti. Risi dentro di me e, guardando la mia matita e il mio foglio di carta, mi dissi che forse non ero così tanto arretrato come avevo pensato di primo acchito.
ORE 12.30 Questa volta in orario, per le dodici e mezza, finisce la lezione: è l’ora di pranzare. Tutti ci accalchiamo verso l’uscita ma la piccola apertura (veramente a prova d’incendio) non consente un buon deflusso di studenti così mi tocca aspettare. Una volta fuoriuscito, non sapendo dove andare, prendo a seguire il mio vicino il quale è stato in breve circondato da un crocchio di altri ragazzi e ragazze. Brevi convenevoli di presentazione (i nomi dei ragazzi non li ricordo ma distinguo chiaramente, a parte i numerosi Stendhal, i nomi del Parini e del Berchet) e poi tutti fuori alla ricerca di un rivenditore convenzionato dove consumare l’allegro vitto. Per fortuna lo troviamo velocemente. Mentre aspettiamo si parla. Cioè loro parlano (spesso in francese) ed io ascolto. Si discute delle vacanze, se sia meglio Chantilly o Ibiza o Maldive o altro ancora di cui ignoro l’esistenza e la pronuncia. Inaspettatamente chiedono a me: argomento che essendo già il lago d’Iseo meta del turismo straniero oltre che un luogo stupendo non ho necessità di andare più lontano. Ne lodo l’aria buona, il sole e le pregevolezze diventano – nelle mie parole – pressoché inestimabili. Mi interrompono evidentemente non interessati. Ora si parla di sport. Questo fa palestra, quest’altro tennis, quest’altro ancora hockey sul ghiaccio. Mi vergogno di confessare che i miei orizzonti sono limitati alla montagna, alla bici e a poco altro ancora (sempre molto proletario). Invento di praticare canoa sul lago ma subito mi si dice che è meglio la vela, ed io taccio. Preferisco lasciar parlare. Cerco di mangiare il mio panino alla salsa blu che non so veramente cosa sia ma questo c’era e poi l’hanno preso anche gli altri. Stasera hanno già organizzato di fare festa tutta la notte. Ascolto, questa volta fingendo interesse, anche se dentro di me inizio a pensare che dopo tutto sono io quello normale e loro gli esaltati. Uno si lamenta dell’intasamento del suo terzo cellulare. A scuola sua era noto per avere un credito telefonico a quattro cifre sul telefonino. Sorrido. Ora è arrabbiato perché la madre gli rifiuta la segretaria nella gestione dei suoi affari. Gli altri gli fanno cenni di approvazione. Ha solamente diciassette anni ed è già così penoso.
ORE 13.20 E’ ora di affrettarci. Le lezioni riprendono all’una e mezza, e siamo ancora in giro. Il solito ritardo generale giustifica il nostro ritardo personale. Ora col professore Ordanini del dipartimento di Management abbiamo una lezione di economia aziendale. Ci spiega come si fa a gestire bene una azienda, cioè come si possa fare per far sì che i ricavi superino le spese e si abbia quindi un avanzo (il guadagno) da spendere in ulteriori investimenti, progetti, incontri, conferenza, banchetti, amanti. Sottolinea come questa sia una scienza inesatta e che il successo di nuovi prodotti sia intestato intorno al 10-15%. Ci fa l’esempio della lametta da barba. Ora la presentazione si è spostato nel definire come si possa, mediante certe strategie e processi, vendere un pettine ad una persona calva. La cosa mi lascia letteralmente allibito ma vi assicuro che è stato fatto. Non chiedetemi di dirvi come. Ma potete ampiamente immaginarlo. In tre ore riesce a spiegarci tutti le entità che entrano in relazione con un’azienda: proprietà, management, consumatore, finanziamenti, alleanze, concorrenti, garante della concorrenza, fornitori, ecc. L’ultima parte della lezione è dedicata all’analisi pubblicitaria dove veniamo a conoscenza per la prima volta della tecnica dell’underdog: praticamente l’arte di mostrare una situazione di persona fallita o comunque di poca affidabilità, in cui l’incauto consumatore si immedesimi, perché pensi che tramite l’acquisto del suddetto prodotto possa giungere al successo. Funziona.
ORE 16.30 Finite le lezioni è il momento di un po’ di sano marketing. La stessa signora della presentazione iniziale inizia un lungo elogio dell’università Bocconi. Banali lusinghe in quanto dette da una persona che dall’UNIB prende lo stipendio e che pertanto non sarebbe in grado di pronunciare un giudizio oggettivo. Mi sembra di essere un po’ trattato alla stregua dei consumatori di cui si parlava prima. Ma dopo tutto sarebbe strano che proprio dentro queste mura non si usino le stesse tecniche di accalappiamento che vi vengono insegnate. Per concludere il colmo della lusinga giunge quando ci viene detto che i professori ritengono che siamo la classe migliore degli ultimi otto anni in cui questo progetto è stato realizzato. Sa molto di falso e puzza di compiacimento. Mi sento offeso.
ORE 17.30 E’ finito. Almeno il primo giorno. La camicia imbevuta di sudore e di nervosismo, la schiena anchilosata dalla scomodissima panca e la testa stanca di tante vane parole. Domani, un’ora prima di oggi, dovrò trovarmi allo stesso posto di questa mattina per un’altra giornata. Si parlerà di finanza e di come si giochi in borsa, si acquistino azioni, obbligazioni e titoli di stato e del perché la società americana Lemman Brother sia fallita trascinando nella crisi economica tutto il mondo. Forse adesso, pur non avendo ancora ascoltata la lezione di domani, posso dire di avere un’idea a proposito. Chi troppo vuole…

Ma poi per cosa. Sarebbe questa la vita. Certo piena di denaro e di successo. Ma vuota di tutto il resto. Non ho voglia di tornare a Milano domani ma lo devo fare perché la frequenza è obbligatoria. Adesso mi aspetta un ritorno non molto tranquillo per la stessa lunga e travagliata via dell’andata. Forse per le sette potrò sedermi, tolta la camicia, a mangiare qualcosa di vero.
Uscendo dalla sede di via Sarfatti mi sono imbattuto in un monumento posto proprio dirimpetto all’entrata principale. E’ dedicato ai lavoratori (quelli veri). L’intestazione recita: “a colore che diedero la vita affermando che i mezzi di produzione devono appartenere al proletariato”. E’ un pugno nell’occhio a quelle camicie e a quelle cravatte. E lo capisco bene.
Forse un giorno anche l’economia, tanto importante quanto potente, si sveglierà da quest’illusione di guadagno facile e capirà che per andare avanti sarà necessario mutare in qualcosa di più a misura d’uomo e meno a misura di profitto. Forse allora non ci saranno più crisi, più sfruttamento dei lavoratori, più scioperi e più disuguaglianza. Non ci saranno più reazionari e comunisti. Non ci saranno più poveri e ricchi. Se solo l’uomo imparasse ad essere più umano.

Lorenzo Eugenio Guarneri

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Discussione

4 pensieri su “Una settimana in Bocconi

  1. Non so quante volte ho fatto il percorso che tu descrivi molto bene nei primi paragrafi… Ed ora eccomi qui, laureato al Cleacc, finito il primo anno di specialistica e pronto a partire per l’Erasmus in Germania: probabilmente non farò mai più lezioni in Bocconi. (Anche se venerdì dovrò ripercorrere la solita strada per andare a fare un esame, probabilmente proprio in aula Manfredini!)

    Non so che scelta tu abbia fatto alla fine, se ora ti trovi in Bocconi o meno. Comunque voglio dirti che la Bocconi non è solo quello che tu hai visto in questa giornata, anzi…
    Sarà che io ho fatto il Cleacc (per chi non lo sapesse, Corso di Laurea in Economia e Management per l’Arte, la Cultura e la Comunicazione), ma oltre ai figli di papà che pensano solo alla prossima serata in discoteca, ci sono anche molte persone serie, intelligenti e pronte ad agire per migliorare il mondo in cui viviamo.

    Per farti un esempio, io ho collaborato con il gruppo “Lilliput – Studenti Indipendenti”, attivo in bocconi anche attraverso la pubblicazione di un “periodico eQuonomico”, trentaquattro. Al link qua sotto ne trovi una copia, con un mio articolo a pagina 14:
    https://docs.google.com/fileview?id=0B0V3sT5lxru3ZmEyZmFkZjYtZjhmNi00MDMwLTg4MWMtNmYxNmEwNzQ2OGY1&hl=en

    Insomma, spero tu sia riuscito a trovare persone più affini a te. Io le ho trovate e ne sono nate ottime amicizie.

    PS. Non hai idea di che testa ho fatto a tutti lodando la Franciacorta ed il Lago come il miglior posto al mondo dove vivere e, ora, tutti conoscono Provaglio d’Iseo come un luogo idilliaco e la Franciacorta come una delle zone più belle d’Italia…..

    Pubblicato da Dario Pagnoni | 7 settembre 2010, 22:45
  2. Sono sicuro che in ogni luogo sia presente una buona quantità di cattive come di brave persone. E sono molto contento ogni qualvolta ne incontro una. Il mio articolo era rivolto più che altro ad evidenziare le inconguenze, le assurdità che talvolta sorgono in taluni contesti in cui lo scopo, o l’apparenza, vengono anteposti a tutto il resto. Non è minimamente un’accusa verso nessuno: piuttosto un invito alla riflessione. Senza contare che il corso di cui parli (“Corso di Laurea in Economia e Management per l’Arte, la Cultura e la Comunicazione”)è proprio uno di quelli che più mi aveva interessato: molto sono infatti legato a quel contesto d’impegno. Sono contento che il mondo della cultura abbia ora un valido economista come te. Dopo tutto la cultura ha bisogno di fondi, ma più di questo ha bisogno che i pochi fondi disponibili siano gestiti nel migliore dei modi.
    Auguri per il tuo futuro

    Pubblicato da Eugenio | 7 settembre 2010, 22:59

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