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Politica, Storia

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino


Oggi, 19 luglio 2010, ricorre il diciottesimo anniversario dalla morte di Paolo Borsellino, assassinato il 19 luglio del 1992 a Palermo in un attentato di natura mafiosa. Un mese, tre settimane e cinque giorni prima, il 23 maggio, anche Giovanni Falcone e la moglie erano stati uccisi in un attentato della medesima provenienza: la strage di Capaci, piccolo paesello presso il capoluogo siciliano. In entrambi i casi, le vittime furono sorprese durante uno spostamento e assassinate insieme agli uomini della scorta.

Falcone (Palermo 1939 – Capaci 1992) e Borsellino (Palermo 1938-92) due persone che più di chiunque temevano il silenzio e l’omertà di stato sopra tutto, tanto da dedicare la loro vita nell’impresa senza fine di dare all’Italia giustizia e verità. Falcone dal 1978 aveva lavorato come giudice istruttore al tribunale di Palermo e dal 1991 era stato trasferito alla Direzione affari penali del ministero di Grazia e giustizia. Borsellino lavorava come procuratore aggiunto alla procura di Palermo. Entrambi magistrati, facevano parte, insieme ad Antonino Caponnetto, del pool Antimafia e sono diventati per tutti un simbolo di lotta e di impegno civile contro la criminalità organizzata. Ambedue sono stati negli anni ’80 fra le figure di spicco della repressione dell’attività mafiosa.

Sono morti assassinati proprio perché avevano avuto il coraggio di combattere la criminalità organizzata anche in quelle terre nelle quali è il senso di giustizia e di democrazia a fare da eccezione invece dei rapporti clientelari, alle amicizie, alle minacce, ai ricatti e agli interessi più biechi. Sono questi infatti gli ottusi equilibri e le violente tensioni che stanno alla base di una società mafiosa strutturalmente infiltrata nella vita di milioni di persone nel meridione (ma non solo) d’Italia.

Ieri sera a Palermo alla fiaccolata organizzata per commemorare la morte di Borsellino il numero delle persone del corteo non superava il centinaio.

Possiamo dire senza ombra di dubbio che la strada della legalità è ancora lungi dall’essere percorsa. E mentre si moltiplicano incessantemente gli enti e le organizzazioni contro la mafia (con tanto di sedi e di edifici annessi) alla resa dei conti, negli atti effettivi, pochi o nessuno sono disposti a fare veramente qualcosa di concreto. Gli altri – la maggioranza – non ne hanno il coraggio. E pensare che si sta parlando della loro libertà di non sottostare a pizzi e ad altre forme di ricatto, della loro libertà di andare a scuola senza temere raggiri, della loro libertà di prendere la macchina senza temere che questa esploda una volta acceso il motore, della loro libertà di non venir uccisi in mezzo alla strada sotto gli occhi di tutti. Tutti capaci solo di abbassare lo sguardo e di allungare il passo e di scavalcare il corpo della vittima come fosse un sacco di immondizia. La stessa immondizia che la mafia non ha concesso si smaltisse a Napoli e altrove pur di guadagnare sugli appalti delle ditte di smaltimento, magari con la torbida compiacenza dell’assessore locale che – chissà perché – è cugino, fratello, cognato del tale, del talaltro. Quando il cugino in questione non è Onorevole Deputato a Roma.

E’ proprio quando anche lo stato (la cui complicità diretta o indiretta nelle stragi del ’92 è ancora da ben chiarire: si parla di nomi come Giulio Andreotti, Marcello Dell’Utri, Silvio Berlusconi e molti altri ancora), l’istituzione per eccellenza che dovrebbe garantire la giustizia e il rispetto dei diritti di tutti, si trova invischiato i paludi così torbide, che l’uomo onesto si sente come un’eccezione della società, ormai marcia dal di dentro. Quando alla fine poi scopre di essere rimasto solo mentre tutti gli altri si sono adeguati a tale ordine deforme di sistema, sentendosi diverso e inevitabilmente escluso, incomincia a provare una sensazione di profondo disagio, perché ormai sta iniziando a pensare che si lui ad essere strano, ad essere sbagliato. Così anche lui – se non viene eliminato prima – si omologa al nuovo ordine vigente. Ed è la morte di tutto ciò per cui vale la pena combattere.

L’Italia è un paese in cui nessuno è direttamente responsabile di nulla e dove il 95% della popolazione dice di non saperne nulla e di non interessarsi ad alcunché. Avviene così, che sfruttamento, omicidi, rapine, traffici vari, corruzione e nepotismi non sono riconducibili a nessuno. “Non sono stato io!” è il vero motto degli italiani, un popolo fatto ormai di fantasmi senza consistenza, ben rappresentato in Parlamento.

Spero solo (e questo è quel che mi angoscia di più) che quegli eroi non siano morti invano.

Leggere, pensare, scrivere

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