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Arte, Poesia e Letteratura

Lo spazio nel tempo


“Il paesaggio non è solo sfondo, ma espressione dello stato d’animo del personaggio”. Con queste parole, di un noto critico d’arte, l’atmosfera e il fondale nelle pitture vengono investite di una valenza che trascende il mero livello di “contorno”, diventando protagonisti determinanti della narrazione pittorica. Sia per le arti figurative che per la letteratura, l’ambientazione è frutto di una deliberata e consapevole scelta dell’autore: se Dante, che nel canto I dell’ Inferno si paragona ad un naufrago appena scampato all’impeto dei flutti, trova fiducia in un semplice raggio di sole, vuole evidentemente mettere in evidenza il forte valore rappresentato dallo spazio che ci circonda. Un valore sicuramente di natura allegorica nel quale la selva, con la sua oscurità e i suoi meandri tortuosi, sta probabilmente ad indicare l’imprevedibilità della vita dell’uomo il quale, nonostante tutte le avversità, trova speranza anche solo nella vista della luce (divina). Non ha lo stesso significato, invece, la selva cantata dall’Ariosto, la selva degli smarrimenti e delle scoperte, del vagare e dell’incontrarsi. Non è una selva dove si precipita nel peccato, come quella dantesca, ma non vi si trova neppure la felicità: è piuttosto lo spazio in cui trova libera azione il caso, sia come entità benefica che nefasta.

Allegoria della Primavera Sandro Botticelli rinascimento

"Allegoria della Primavera" Sandro Botticelli

E’ sempre uno spazio isolato, difficile da conquistare, o che si può raggiungere solo per opera della “fortuna”. Anche Boccaccio, nel dare sede ai novellatori del suo Decameron (1349-1351), li fa fuggire dalla peste e trovare scampo in un “luogo sopra una piccola montagnetta, da ogni parte lontano alquanto”. E’ l’emblema esplicito del classicissimo “hortus conclusus”, uno spazio chiuso, limitato, protetto. Lì i ragazzi trovano rifugio dal morbo dilagante che in quell’anno, 1348, imperversa per le strade della città di Firenze. La fuga fisica che compiono per sfuggire all’epidemia rappresenta anche l’evasione mentale da un mondo che ha perso il proprio ordine, il proprio naturale equilibrio. Un po’ come il “riposato porto” petrarchesco, evidente richiamo classico al porto come simbolo di sicurezza in un mare in tempesta.

 

Tempesta Giorgione rinascimento

"La tempesta" di Giorgione

Ma lo spazio dei simboli è anche lo spazio dei confini. Essi segnano delle svolte, dei cambiamenti, dei limiti che se valicati porteranno a delle serie conseguenze. E quando Renzo prende la decisione di attraversare il fiume Adda, è consapevole che questa decisione lo separerà per lungo tempo dalla sua casa, dai suoi affetti. Lo spazio che divide, lo spazio che riunisce.

E se Guido Gozzano, ancora agli inizi del ‘900, parla della morte come “mole immensa / di dolore che addensa / il tempo nello spazio”, è palesemente evidente come la concretezza dei luoghi, magari anche solo dell’idea dei luoghi, possa, pur nella sua esteriorità, avere ricadute così profonde nell’intimità nascosta della nostra anima.

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Discussione

3 pensieri su “Lo spazio nel tempo

  1. Analogo al sollievo di Dante al vedere i raggi del pianeta è la rinnovata serenità che l’alba rappresenta, proprio come dice la sitazione d’esordio. Non è sfondo ma espressione dell’animo.

    “Il cielo prometteva una bella giornata: la luna, in un canto, pallida e senza raggio, pure spiccava nel campo immenso d’un bigio ceruleo, che, giù giù verso l’oriente, s’andava sfumando leggermente in un giallo roseo. Più giù, all’orizzonte, si stendevano, a lunghe falde ineguali, poche nuvole, tra l’azzurro e il bruno, le più basse orlate al di sotto d’una striscia quasi di fuoco, che di mano in mano si faceva più viva e tagliente: da mezzogiorno, altre nuvole ravvolte insieme, leggieri e soffici, per dir così, s’andavan lumeggiando di mille colori senza nome: quel cielo di Lombardia, così bello quand’è bello, così splendido, così in pace. Se Renzo si fosse trovato lì andando a spasso, certo avrebbe guardato in su, e ammirato quell’albeggiare così diverso da quello ch’era solito vedere ne’ suoi monti; ma badava alla sua strada, e camminava a passi lunghi, per riscaldarsi, e per arrivar presto.”

    Alessandro Manzoni; I promessi sposi, XVII

    Pubblicato da Temitope.A | 28 luglio 2010, 21:01

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