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Arte, Poesia e Letteratura, Storia

Senso del limite e vertigine dell’infinito


Tappa principe di una qualsiasi visita nella capitale italiana è senz’altro la Cappella Sistina, affrescata dal Michelangelo: basta solo levare lo sguardo sulla volta per perdersi nella vastità dei soggetti. Ma eccezion fatta per tutti i significati allegorici, educativi e di catechesi, è soprattutto la presenza predominante della figura umana, del corpo plastico e vigoroso dell’uomo a fare da protagonista indiscusso di uno dei luoghi più significativi della nostra storia. E la corporeità è l’argomento principale anche nella Sala dei Giganti di Giulio Romano, entro Palazzo Te a Mantova, che addirittura viene assimilata con la massa delle rocce circostanti. Entrambe le opere, elaborate fra gli anni ’30 e ’40 del Cinquecento, sono i sintomi di un passaggio, di un cambiamento epocale che ha segnato profondamente la mentalità, più che l’arte, dell’uomo moderno: c’era stato il Rinascimento, l’affermazione della superiorità dell’uomo, e la scoperta dell’America, seppur passata in sordina, aveva rivelato l’esistenza di un altro mondo di là dall’oceano, o, se non altro, l’estensione – fisica e psicologica – del vecchio mondo cui si era abituati.

Lo spazio rinascimentale, segnato da misura, equilibrio e proporzionalità, viene rivoluzionato: ne La gloria di Sant’Ignazio del 1694, il culmine viene raggiunto e superato; la misura diviene quella dell’infinito e l’armonia delle proporzioni muta in spazio iperbolico. Ma non vi è solo questo nell’opera di Andrea Pozzo che corona il cielo della Chiesa di Sant’Ignazio a Roma: vi è il desiderio, neanche troppo velato, di celebrare un eroe della Controriforma cattolica, chiamato “il soldato di Cristo”, il baluardo della chiesa militante in opposizione al dilagare della Riforma protestante che nel nord Europa aveva ormai strappato a Roma milioni di fedeli, e altrettante elemosine. Ma forse, questo levar sì tanto la voce è solo un modo per mistificare una crisi che da dentro logora sempre più quel sistema di valori così prepotentemente divulgato negli affreschi e nelle statue della città Eterna.

Ad accorgersene per primi furono – come sempre – gli artisti, poeti e pittori, scultori e filosofi che fossero. Michelangelo, che forse più di altri era tutte e quattro le cose, nelle Rime, ha il coraggio di farci partecipi di questo disagio, definendo “pieno d’error” l’arte e richiamando l’attenzione dalle cose vane del mondo per dirigerla verso qualcosa di più elevato, di meno terreno ma al contempo più vero. E se da un lato abbiamo l’affermazione della corporeità (ricordiamo il Giudizio universale, 1536-1541), dall’altra avvertiamo il bisogno di una spiritualità nuova, libera da artifici dogmatici e dottrinali, più confacenti all’uomo che al fedele. Il contrasto appare evidente anche in epoca più tarda, come ne L’estasi di Santa Teresa del Bernini (1651) in santa Maria della Vittoria a Roma: di fronte a un severo richiamo alla moralità, sancito poc’anzi dal Concilio di Trento (1545-1563), troviamo la coraggiosa rappresentazione di una passionalità che non può più essere celata. E il compromesso di rappresentarla in un ambito mistico-religioso ha il merito di essere riuscito a veicolarla in un’epoca di censura e di diniego nei confronti della carne, come testimonia il tentativo di copertura perpetrato nella Sistina ai nudi del Giudizio universale.

Il senso d’insicurezza e di precarietà dell’artista del ‘500 viene ben descritto dal Tasso nella dedica della Gerusalemme liberata: parole come “porto”, “peregrino errante”, “scogli” testimoniano chiaramente la sensazione d’incertezza propria della fine del secolo, in un periodo in cui guerre e saccheggi, soprusi e ingiustizie minano pericolosamente la vita dell’uomo, che, come una “fragil barca”, fatica nel mare tempestoso a raggiungere il “riposato porto”. Prendendo in prestito le parole di Giovanni della Casa, rimane solo la notte ad assopire il male del mondo, il cui “dolce oblio” ci culla in un senso di beata inconsapevolezza, prima che la “vita aspra e noiosa” si riveli di nuovo al primo raggio di un nuovo mattino. Tuttavia quelle piume sono colme d’asprezza e non riescono a farci completamente estranei alle cose del mondo, sì che le notti si rivelano “acerbe e dure”.

L’uomo, prima deciso e sicuro nello spazio misurato di una vita, si poneva dei limiti precisi, ma flessibili allo stesso tempo, nei quali orchestrare i figli della propria vitalità, non soffrendo il senso di confine, anzi, apprezzandolo come tutore non costrittivo della propria creatività. Ora, sfondate le barriere di ciò che è controllabile e concepibile, è “peregrino errante” nel mare dell’infinito col rischio persistente di perdersi e di fare naufragio. Un naufragio dolce tuttavia.

Gli artisti manieristi – per riprendere le parole di Roberto Longhi – pur nella loro onesta diversità, sono legati tutti dal pensiero recondito che non si possa fare arte se non “ammanierando” qualcosa che v’era stato prima, e di validissimo. Il senso d’insicurezza viene così colmato dalla provata esperienza di quei fulgidi maestri, capaci, alla stregua del Virgilio di Dante, di guidare lo spirito incerto dell’artista nel viaggio travagliato della vita.

Anche se qualcosa è decisamente cambiato: alla precisa circonferenza rinascimentale, nella quale ciascun punto dista in egual misura dall’unico centro, è ora sostituita l’ellisse: permane la simmetria, ma i centri – ora chiamati fuochi – son divenuti due. E così, anche la verità, prima centrale e chiaramente evidente, non è più ben visibile e priva di dubbio come un tempo, trovandosi un po’ più di lato, un po’ più in isbieco.

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Parole e idee possono cambiare il mondo

Discussione

7 pensieri su “Senso del limite e vertigine dell’infinito

  1. Mi accosto all’articolo con sincera ammirazione per le parole fluenti e piene di significato. Difficile parlare di argomenti e personaggi così elevati e impegnativi. Sono una grande appassionata e attenta di arte oltre a essere laureata in questa materia. E’ davvero un buon articolo.
    Consiglio a tutti di leggerlo!

    Pubblicato da Elena | 9 agosto 2010, 18:16
  2. Stessa posizione dell’artista ricopre lo scrittore che riesce ad esprimere con le sue parole quello che spesso molti occhi non riescono a vedere di fronte alle opere d’arte.

    Pubblicato da Lorenzo | 12 agosto 2010, 19:13
  3. Ah, Maurizio docet!
    Heard and heard and heard…;)

    Bel lavoro! A presto!
    LA

    Pubblicato da Lucio Anneo | 15 agosto 2010, 15:43
  4. paio perchè ti chiami lucio anneo????

    Pubblicato da albertino | 16 agosto 2010, 19:14
  5. Haha, non è Paio, è Capoferri

    Pubblicato da Temitope.A | 16 agosto 2010, 20:10
  6. Ta-na-na-naaaa!

    LA

    Pubblicato da Lucio Anneo | 17 agosto 2010, 18:25

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  1. Pingback: Limite, sogno e fantasia dell’uomo « Scripta Manent - 8 settembre 2010

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