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Arte, Poesia e Letteratura, Teatro e musica

L’antieroe del Manierismo in bilico tra sogno, incubo e follia


Il cammino dell’uomo, dalle vaste e luminose pianure del Rinascimento, è ora giunto – ormai in età manierista – ad avventurarsi negli imprevedibili meandri della selva del Tasso: l’eroe Tancredi, ormai spoglio di onori mondani ed estraneo quasi a valorose imprese, si addentra in uno spazio segnato dal “rischio ignoto” e dalla presenza di forme “inusitate e strane”. Il senso di sbigottimento che accompagna questi incerti passi viene scosso da improvvise apparizioni. Ma una volta superate le fiamme dell’audacia, quello che rimane è solo un mesto inverno, fatto di solitudine e di desolazione.

Ben lo rappresentava – se “bene” si può dir di questo – il cultore della natura nelle sue forme più stravaganti, astruse e dimesse, l’Arcimboldi, nel 1563. Nell’ “Allegoria dell’Inverno” (ricordo ancora nella seconda metà del Quattrocento una verdeggiante “Allegoria della Primavera” del Botticelli, ma molto è cambiato da allora) il triste profilo di un uomo viene composto da radici seccate dal gelo, da ramoscelli contorti che molto ricordano la selva intricata. L’inverno ormai giunto si è preso il meglio della vita e dei suoi frutti e ne ha fatti malinconici emblemi di se stesso.

L’inverno è arrivato e la primavera è ancora lungi dall’essere prossima. Sembra quasi che il desiderio di combattere, di resistere alle sferzate della vita si sia spento e con esso si sia rattrappita anche la forza per continuare a vivere.

Eppure nella “Vocazione di San Matteo” del Caravaggio, di fine secolo, troviamo un evidente richiamo all’azione, ad alzarsi dal proprio miserabile tugurio e ad andare per il mondo a proclamare che c’è ancora qualcosa per cui battersi, per cui dare la vita. La fede è capace di questo: è capace – come è evidente nel dito puntato del Cristo di dare origine a nuova energia, di destare l’uomo dal suo fallace ed effimero torpore, rendendolo nuovamente consapevole del suo essere uomo, responsabile cosciente, non mero esecutore di un destino già scritto. E tutto ciò è possibile solamente grazie allo sguardo, intensissimo, di Gesù, uno sguardo tutto umano (se umano significa pieno di divino) che risveglia nel peccatore Matteo la vera coscienza di sé.

Ecco, parimenti questo slancio sembra spegnersi nelle dimesse parole di un Tasso che si definisce come un “fiume senza foce”, una “tartaruga antica”, un “colombo viaggiatore”. Sono parole di un uomo ormai giunto all’epilogo della propria tragedia, che sarebbe la vita. Tragedia in quanto può trovare unico sbocco solamente nella triste capitolazione di se stessi, in quella morte di cui Torquato, pur presagendola, non riesce a pronunciare neppure il nome.

Nel 1595, a pochi giorni dall’abbandonare questa vita, trova la forza di scrivere al suo fedele amico Antonio Costantini: si chiede come verrà ricordato dopo la morte, cosa si dirà di lui. Sono domande vane di cui forse nemmeno gli interessa la risposta. Sa che mancano pochi giorni a quell’attimo ed è consapevole che la sua lettera troppo tardi giungerà. Non si aspetta nulla in cambio. Non si aspetta più nulla. Si sente rapito tuttavia dall’ineludibile torrente della vita che non tarderà a prenderlo e a portarselo via per sempre.

Questa è la storia del cammino terreno di un uomo che ha dato tanto, che ha ricevuto poco in confronto a quanto gli è stato tolto. Non è deluso di aver vissuto, di essersi dato totalmente alla vita, anche nel momento in cui questa chiede a suo figlio di pagarne l’alto prezzo.

Tutto si rivela nel suo essere effimero e anche la vita si svela – nelle parole di Guido Gozzano (anche lui malato e morente) – come “un dolce sogno, per chi ha la scaltrezza di non prendervi parte”. E poi aggiunge: “ma voi vi ostinate a chiamare “vita” la vita e “sogno” questo sogno che sarebbe la vita, e si trasforma in strazio, in scempio, e divenire di piccole cose mortali”. Ma così belle, così belle! E poi “quel battito d’ala / che pare durare per sempre”.

Come il chiudersi del sipario sulla scena alla fine di una commedia.

Aveva ragione Shakespeare: la vita non è che un’ombra in cammino. Verso cosa? Non si sa di preciso. Resta il fatto che se questa “stanza modesta”, detta mondo, è il palcoscenico su cui recitiamo, la vera domanda da porsi è questa: “ditemi, lor signori, ho interpretato bene la mia parte in codesta commedia chiamata vita?”

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  1. Pingback: Breve attimo di tregua nella tempesta della vita « Scripta Manent - 12 marzo 2011

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