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Politica, Società

Parole e politica


E’ indubbio che a fondamento della politica sta la comunicazione, che un tempo come oggi poi trova potentissimi mezzi di espressione. Ma la comunicazione è la possibilità di pronunciare e di ascoltare parole che siano autentiche e che possano essere comprese senza ricadere a frasi rituali, a slogan, quindi parole che occultano e creano insuperabili muri di separatezza. C’è una parola autentica e una inautentica. Questa è una dialettica esistenziale, strutturale per l’uomo che sempre può parlare con verità o con intenzione menzognera, sempre può prostituire la parola o elevarla. Ma al di là di questo dubbio umano perenne, il dilemma diventa epocale perché la nostra età non solo ha smarrito il silenzio nel trionfo ossessivo del rumore, ma rischia la morte della parola sapida, verace. Di questa situazione, la politica è una testimonianza emblematica. La politica che è povera di silenzi, è invece ricca di parole stupide e menzognere.

La politica ha un rapporto fondamentale con la verità, anzi con la virtù della veracità, ma può esserci una caduta tragica della parola quando si tradisce la comunione nella verità con l’altro e le parole mentono, creando la deleteria e intossicata atmosfera della falsità. La parola quindi crea la comunicazione e fonda la politica. Ma questo può avvenire in senso autentico non solo quando si evita la menzogna plateale ma positivamente quando uno dice soltanto quello di cui è personalmente convinto e se ne fa anche interiormente garante. Quando il discorso politico è di tal natura, da chi parla si esige che la sua personalità si trasfonda veramente nella parola e dall’uditore, invece, che sappia di essere messo di fronte a una parola personale e che quindi egli stesso si decida ad assumere un atteggiamento personale. Proviamo ad applicare questa dimensione alla realtà politica e vediamo quanto sia difficile ad affermarsi. E’ ancora possibile questo in un’età devastata linguisticamente, dove ognuno parla di tutto in ogni istante, per cui la parola sorprende, scandalizza, forse eccita, ma in realtà è qualcosa di labile, e non ne sentiamo più la forza, non urla più, non colpisce più, è solo un debole strumento di suono e timbro?

Siamo, infatti, in un’età culturale e politica di parole senz’anima, di parole usa e getta, di parole gettone che trasmettiamo ad altri, come si passa una moneta da una mano all’altra, non si sa che aspetto abbia, non si sa che cosa ci sia sopra, si sa soltanto che per essa si riceve tanto. Così il linguaggio politico è un frettoloso suonar delle “parole-monete”, quasi una macchina numeratrice che distribuisca le monete e nulla sappia di esse.

Dunque parole esangui, pallide, scarnificate, del tutto prive di forza figurativa. Se le parole che pronunciamo nella dialettica politica fossero qualcosa di più di un suono, che significa genericamente qualcosa, come potremmo sentirne e assorbirne tante? In realtà si tratta di larve di parole, che «godono per breve tempo di una parvenza di vita, finché le avvolge il fascino della loro origine, ma ben presto sono ridotte ad un paio di luoghi comuni e nulla più».

In un tempo povero di parole, povero di parola, anche se ricco di parolai, occorre una vera e propria ascesi della parola, occorre nutrire una pregiudiziale sfiducia per tutte le parole grosse, come si nutre sfiducia per carta-moneta di dubbio valore, occorre riamare in politica la semplicità della parola contro gli eccessi, riconciliare parola e persona, parola e cosa.

Far  politica significa ridare valore alle parole, essere fedeli ad esse, rispettare la verità delle cose e delle persone, sentire dentro di sé l’autorità della coscienza.

Informazioni su Eugenio

Parole e idee possono cambiare il mondo

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