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Società, Storia

Limite, sogno e fantasia dell’uomo


L’impronta lasciata da una civiltà nella storia universale è proporzionale all’impatto che questa civiltà ebbe nell’ambiente in cui si sviluppò”. Già gli antiche romani, nella loro opera di conquista e civilizzazione del territorio, misero al primo posto fra i loro obbiettivi strategici, subito dopo la conquista militare, l’edificazione e il mantenimento di solide vie di comunicazione. E’ il monumento più grande che ci hanno lasciato: decine di migliaia di chilometri lastricati, capaci di collegare e di unificare – non solo fisicamente – l’immenso impero romano, dalle acque del Tigri e dell’Eufrate a quelle dell’Atlantico, dalle sabbie del Sahara alle nebbiose brughiere di Scozia. Dopo quasi due millenni, cadute le statue, i templi, le ville e i palazzi, le strade romane resistono ancora, magari sotto altri nomi o altri vestiti, ma sempre memori della forte impronta che Roma ebbe nel commercio, nella politica, nella cultura, nel modo di pensare e nel paesaggio che ancora oggi incanta al solo ricordo.

La mentalità rinascimentale, figlia delle conquiste ideologiche dell’Umanesimo, focalizza l’intenzione di cambiare l’ambiente che circonda l’uomo, e di plasmarlo in funzione di esso. La città è il luogo principe di questo inarrestabile fenomeno: da piccolo, sporco e annerito borgo medioevale, arroccato in cima a un colle o stretto sulle rive di un fiume, la città del ‘500 è ormai divenuta una metropoli a pieno titolo, fremente per il susseguirsi turbinoso degli scambi e animata ovunque da suoni di alacre lavorìo. L’uomo ha ormai smesso di subire impotente le forse dell’ambiente e della natura, in attesa di un imminente giudizio divino, e incomincia a vivere il mondo come spazio di espressione delle sue potenzialità e dei suoi bisogni: scava canali per irrigare i campi, erige acquedotti per rifornire di acqua i propri insediamenti, seziona montagne (è il caso di Massa Carrara) alla ricerca di materiale sempre più pregiato per immortalare il proprio genio, disbosca intere foreste nell’opera di costruire, di scaldarsi, di navigare come è esplicito il caso del Pian del Consiglio per la fiorente Repubblica Serenissima; cresce, si espande, esplora (o cerca di esplorare) ogni singola particella di questo – ormai piccolo – mondo.

Gli effetti sono radicali: non v’è più luogo, non v’è più anfratto all’infuori di “ove vestigia uman la rena stampi”. Oggi non v’è quasi più spazio che sia libero e immacolato dall’opera creatrice (ma anche distruttrice) dell’uomo, ravvivata – dopo la pausa medioevale – proprio col Rinascimento. La ragione di questo sforzo sta forse nell’ambizione da parte dell’uomo di riprodurre la creazione divina: un nuovo mondo, le Americhe, si stende sotto l’occhio urbanizzatore umano, mostrando evidente solamente un briciolo del suo reale potenziale, ma lasciandone ben intendere il restante.

Le opere dell’uomo superano in Italia più che altrove, le opere della natura; solo poche e sempre più rade boscaglie continuano a celare e a custodire la fantasia e l’immaginazione dei bambini perché il resto è divenuto dominio dell’uomo. Le foreste si riempiono di radure sempre più grandi che unitesi vi pongono fine. Le colline ormai spoglie dei loro verdi e frondosi vestiti lasciano spazio all’occhio dell’osservatore che guarda a quelle alture, magari con più sicurezza, sicuro di poterle controllare, ma ormai con l’amara consapevolezza che nulla possono più rivelargli fuorché ciò che l’uomo già possiede: ordine, misura, precisione, certezza e determinazione, perdendo per sempre quel senso di scoperta, di ricerca, di imprevedibilità che riesce ancora a motivare l’affanno dell’uomo.

Resupino sull’erba / (l’ho detto che non voglio / raccorti, o quadrifoglio) / non penso a che mi serba / la Vita. Oh la carezza / dell’erba! Non agogno / cha la virtù del sogno: / l’inconsapevolezza.

Forse, per fortuna, non è ancora così. Il Rinascimento, fra le molte strade che da esso si dipartono, ha sicuramente indicato quella dell’ordine, dell’armonia, ma anche quella del senso di umanità. Tuttavia sta a noi, abitanti di un futuro che sarà presto passato, la scelta di intraprendere l’una, piuttosto che l’altra, guardando a ciò che è stato con sincerità, senza mitizzare gli umani trascorsi, ma soprattutto abbandonando la presunzione di poter mantenere il controllo su tutto, concedendosi di lasciarsi trasportare di tanto in tanto dalla brezza della fantasia che – se guardiamo bene nel profondo – soffia, da sempre, in ognuno di noi.

Informazioni su Eugenio

Parole e idee possono cambiare il mondo

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