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Filosofia, Storia

Parole e pensiero in Roma antica


 

L’ “urbs”, la città, costituisce per Cicerone il luogo in cui il vero cittadino romano “vir bonus dicendi peritus”) trova pieno compimento, dove può esprimere al massimo livello le sue capacità, naturalmente specialmente politiche. Nella “rus” l’uomo risulta incompleto, non potendo infatti mettere in pratica le sue capacità intellettuali e umane ma solamente quelle fisiche e meccaniche. Senza contare che l’ “Urbs”, con la maiuscola, è la città di Roma: in questo caso rappresentativo, il significato del termine “urbs” si fonde con quello di cittadinanza e civiltà. Naturalmente una città perché sia espressione di civiltà e non di barbarie deve essere amministrata con efficienza: il termine stesso “administrare” sta appunto ad indicare non solo l’esercizio del potere (che può anche essere deviato) ma anche, e soprattutto, la retta azione dell’uomo politico, che nel suo ruolo supremo di ordinatore della vita sociale, deve essere oltremodo ministro fedele del culto dello stato.

“Religio” deriva dal verbo “religare”, cioè legare – almeno idealmente – gli uomini agli dei. La religione nella Roma antica non era solamente la fede religiosa riferita esclusivamente al culto divino, ma anche una maniera per mantenere l’ordine, quasi una forma di fedeltà allo stato, la cui religiosità costituiva legge e motivo di unione della cittadinanza intorno a dei comuni riti e a dei comuni valori.

Graecia capta ferum victorem cepit”. In seguito alla conquista di Corinto del 146 a.C., la Grecia conquistata conquistò Roma vincitrice ed Atene divenne la città simbolo di quel patrimonio culturale tanto caro ai romani da mandarci (Cicerone per primo) i propri figli a studiare lingua greca, eloquenza, filosofia, retorica. L’ “Academia”, la scuola di pensiero fondata secoli prima da Platone, divenne il centro di questi studi incentrati sulla figura dell’uomo e del cittadino, affinché al loro ritorno questi giovani riversassero a Roma l’esperienza sviluppata, portando con sé l’impronta stessa della civiltà. Roma, infatti, pur occupando militarmente i paesi stranieri era quasi sempre disposta ad importare da essi, nuove forme di cultura – magari più avanzate di quella romana – sempre con l’obbiettivo di arricchire la propria nazione.

Per ritornare all’idea di amministrazione, fanno capolino nel lessico ciceroniano tre verbi: “cernere”, “decet”, “dedecet”. Il cittadino, per adempiere al meglio al suo compito deve saper, infatti, assumersi le sue responsabilità, sia che portino al successo, sia che portino ad un fallimento. E’ proprio in età romana che fa la sua comparsa il concetto di “libero arbitrio”, la capacità cioè dell’uomo di agire nella storia, indipendentemente dall’ingerenza di qualche forza divina, attuando delle scelte, intentando o meno delle azioni i cui effetti ricadrenno in primo luogo sull’individuo stesso ma poi sull’intera società di cui fa parte.

“E’ arte tutto ciò che esce dalla mano dell’uomo” (Dino Formaggio). Questa dichiarazione, apparentemente esagerata, trova tuttavia piena conferma nell’etimologia della parola “ars”, cioè ciò che nasce dall’arto, dalla parte fisica dell’uomo. Naturalmente un’ “ars” per dirsi tale deve servire incondizionatamente la “ratio” umana, senza la quale saremmo uguali alle bestie. Il contrasto tra la fisicità e l’intelletto si farà più marcato nel Medioevo, con la rigida distinzione tra arti liberali e arti meccaniche, anche queste comunque necessarie per un controllo effettivo da parte dell’uomo sul reale.

Arte suprema per Cicerone è naturalmente l’ “eloquentia” e l’ “orator”, il principe del foro, ne è il protagonista assoluto. Lui, infatti, adoperando parimenti le sue capacità intellettuali (conoscenze di retorica, dialettica, etc), umane, ma anche fisiche (un’efficace gestualità e un uso corretto della voce), si fa portavoce dell’idea stessa di uomo, impegnandosi politicamente nell’amministrazione della città, che è l’espressione più eletta della comunità organizzata, intesa a tutelare l’interesse dei suoi simili. Diventa quasi il “sacerdote” di una religione laica dello stato in cui gli dei sono le leggi e la morale diventa la giustizia.

La “natura” dell’uomo è lo spirito di tutto questo: essa lo spinge a distinguersi dagli animali e ad elevarsi da essi, lo caratterizza, spronandolo ad occupare il suo giusto ruolo di arbitro del mondo. Con le bestie l’uomo condivide ancora il “sensus”, che per quest’ultimo diviene una sorte di emanazione dello spirito, pur rimanendo legato all’ambito del concreto e del terreno. Se inteso come participio passato di “sentio” (pensare), si slega però da qualsiasi riferimento tangibile, mutando in pensiero astratto, in un’idea che appunto solo l’uomo può possedere. L’uomo “padrone” del mondo può quindi concepire “contemptio fortunae”, disprezzo della sorte, anzi, divenendo “artifex fortunae suae”, diviene determinatore esclusivo del proprio destino, vivendo la vita non come un susseguirsi di eventi da accettare passivamente, ma come primo attore (da “ago”, “actor”, colui che fa, agisce). Nonostante la sua elevazione e il suo ruolo da protagonista nel mondo, anche l’uomo è soggetto alla natura terrena, e parole come “aegritudo”, “cupiditas”, “abutor” ne sono valide rappresentanti. Il corpo infatti può ammalarsi e corrompersi, o – addirittura – avere delle passioni, e allo stesso tempo anche l’anima può degradarsi.

Petrarca sarà forse il più rappresentativo poeta di questo pensiero, definendosi malato di “aegritudo”, termine traducibile con “accidia”, “pigrizia”, “inerzia”: sarebbero probabilmente stati i mali peggiori per un uomo così impegnato come Cicerone nella vita pubblica e che, anzi, avrebbe redarguito duramente coloro che si fossero dati al cosiddetto “otium”, opposto di “negotium”. “Cupiditas” può essere definito il male contrario: sì partecipare, ma con l’atteggiamento più abbietto, agli uffici pubblici, dimenticando che il politico dovrebbe agire non per se stesso ma nell’interesse dell’intera comunità dei cittadini.

“Humanus” è forse il termine più rappresentativo della mentalità ciceroniana, quasi riassuntivo di tutti gli altri. Il concetto di “humanus”, e quindi di “humanitas” (riconoscibile nella radice “homo”) è presente in maniera preponderante nel pensiero classico ed è per questo motivo che è stato diffusamente ripreso nel ‘400, da una nuova civiltà che sentiva particolarmente l’esigenza di disporre di un sistema di valori che ponessero l’uomo in posizione centrale nell’universo (come afferma Pico della Mirandola nel trattato “Oratio de hominis dignitate”, proprio alla fine del secolo). Una visione del mondo, quindi, in netto contrasto con quella proposta nel XII secolo da Lotario di Segni, futuro papa col nome di Innocenzo III, nel suo “De contemptu mundi”. Ad ogni modo già nel primo secolo avanti Cristo il termine “humanitas” sta ad indicare la coscienza culturale frutto dell’incivilimento (Camapanini-Carboni), ovvero la capacità dell’uomo di distinguere ed apprezzare ciò che è bello.

A questo punto, la differenza che ci separa dalle bestie non è più solamente una questione di intelletto, né tanto meno meramente una questione fisica, ma diventa semplicemente la caratteristica – e questa prettamente umana – di riconoscere la bellezza e di amarla.

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Discussione

7 pensieri su “Parole e pensiero in Roma antica

  1. Articolo ricco di spunti che mettono in luce la città come luogo di incontro di uomini, con Roma come protagonista amata e ricordata da vari autori, ma non dimentichiamo Firenze dall’immenso valore artistico (la mia Città).Complimenti.

    Pubblicato da Gaviola | 15 settembre 2010, 21:51
  2. Non lo dimenticheremo! Se ti sottoscrivi sarai informato alla pubblicazione di quello e di altri articoli che potrebbero interessarti

    Pubblicato da Temitope.A | 15 settembre 2010, 22:04
  3. Io, che sono una persona noiosa, ti faccio notare che il buon Cicero dice vir, non homo (che, effettivamente suona male); peraltro, Quinto Orazio Flacco ( ah che goduria i tria nomina! ) dice Graecia capta ferum victorem cepit.

    Non sarà mica ora di smetterla con ‘sto Uomo centro dell’universo? Non sarà mica un tantino egoistico ed autocelebrativo?
    Che poi da homo a humus il passo è breve. L’uomo non è il centro dell’universo.
    Puo’ provare ad elevarsi un poco, ma la sua essenza lo ritira a terra, quasi fosse massa soggetta a gravità.
    L’esperienza rivela che non è essere uomo piuttosto che bestia, ciò che fa la differenza. E’ usare la ragione? Forse, ma non basta.
    Cosa ci puo’ far librare? Chi lo sa!
    Forse davvero la bellezza salverà il mondo. O forse no.

    Bell’articolo, comunque: forsan haec olim meminisse iuvabit.

    LA

    Pubblicato da Lucio Anneo | 16 settembre 2010, 14:29
  4. L’uomo al centro dell’universo. Come se l’universo avesse un centro.
    Che poi, se lo chiedi a un gatto, ti risponde che è il Gatto al centro dell’universo. Provate.
    (Sono insopportabilmente gattocentrici, i felini. Che stupidi)

    Pubblicato da lo scorfano | 16 settembre 2010, 19:32
  5. Grazie dei preziosi suggerimenti a tutti. Vedo e provvedo.
    Mi ero dimenticato di considerare la possibilità di una donna al centro dell’universo. Dovrebbe essere però una donna davvero bella altrimenti non si spiegherebbero tutti quei pianeti (sicuramente uomini sbandati) e stelle che gli girano attorno.
    Senza tenere in considerazione poi le implicazioni che una forza di tale entità, capace di tenere insieme il cosmo, può avere sull’equilibrio della materia. E dell’anima?

    Pubblicato da Eugenio | 16 settembre 2010, 23:25

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