//
you're reading...
Filosofia

La conoscenza secondo Kant


David Hume's statements on ethics foreshadowed...

David Hume (1711-1776)

Se ci viene tra le mani qualche volume, per esempio, di teologia o di metafisica scolastica, domandiamoci: contiene qualche ragionamento astratto sulla quantità o sui numeri? No. Contiene qualche ragionamento sperimentale su questioni di fatto e di esistenza? No. E allora gettiamolo nel fuoco, perché non contiene altro che sofisticherie e inganni.

David Hume

Al grido di queste parole Immanuel Kant si risvegliò dal sonno dogmatico che a parer suo aveva assopito gran parte delle menti europee fin dall’epoca di Cartesio. Egli però si guardò bene dall’approvare le conclusioni del filosofo scozzese, che, basando la conoscenza della realtà sulle impressioni che essa suscita in noi e prendendo atto della limitatezza del nostro intelletto, incapace di comprendere la totalità del mondo, aveva eliminato ogni necessità dalle leggi del mondo fisico.
“Domani il sole non sorgerà”, scrive Hume, non è un’affermazione in sé contraddittoria, poiché la convinzione che il sole debba sorgere domani deriva solo dall’abitudine di aver visto simili avvenimenti per un certo numero di giorni nel passato. Questa ed altre conclusioni, come la negazione del principio di casualità, erano in contrasto col pensiero illuministico del cui approdo sui terre sicure invece si fece carico Kant.

La rivoluzione copernicana della conoscenza

Immanuel Kant filosofo filosofia ritratto portrait soggetto categorie

Immanuel Kant (1724-1804)

Bisognava dunque rifondare il sistema conoscitivo, non era più possibile seguire le vie del razionalismo e farlo su basi metafisiche quali quelle di Cartesio, cosa non più possibile dopo la critica di Hume. Nondimeno voleva arrendersi alla conoscenza probabile, alla distruzione di ogni certezza, finanche scientifica, operata dall’illustre esponente dell’empirismo inglese.

Quale alternativa rimaneva? Kant ipotizzò di operare un cambio di prospettiva che, almeno in un’altra occasione, aveva sortito risultati sorprendenti. Come Copernico, vedendo che non poteva spiegare i movimenti celesti ammettendo che tutta la schiera degli astri ruotasse intorno allo spettatore, cercò se potesse riuscire meglio facendo girare l’osservatore, lasciando stare, invece, gli astri; così kant, vedendo fallire ogni sistema in cui la conoscenza si regola sugli oggetti, quando si tentava di stabilire intorno ad essi qualche cosa a priori, per mezzo di concetti, avanzò l’ipotesi che fossero gli oggetti a doversi regolare sulla nostra conoscenza.
E’ probabile sia stato il metodo sperimentale ad ispirarlo: la scienza infatti può conoscere solo ciò che è in grado di (ri)produrre, ci dice Kant, mediante teoremi ricavati dall’intelletto, attraverso esperimenti di laboratorio o costruendo un acceleratore di particelle.

È necessario dunque che la ragione si presenti alla natura avendo in una mano i princìpi, secondo i quali soltanto è possibile che fenomeni concordanti abbiano valore di legge, e nell’altra l’esperimento, che essa ha immaginato secondo questi princìpi: per venire, bensì, istruita da lei, ma non in qualità di scolaro che stia a sentire tutto ciò che piaccia al maestro, bensì di giudice, che costringa i testimoni a rispondere alle domande che egli loro rivolge.

Prefazione alla Critica alla ragion pura

Noi, delle cose, non conosciamo a priori se non quello che noi stessi vi mettiamo, il quale, è importante sottolinearlo, non è contenuto, invenzione, ma forma attribuita alla materia della conoscenza dalle attività di organizzazione e catalogazione che la nostra mente compie.

Pensare è giudicare

La conoscenza si esprime attraverso proposizioni, come del resto si articola nei nostri pensieri ed essi non sono altro che la traduzione linguistica di un giudizio, ovvero sia il collegamento di un concetto con un altro, rispettivamente con la funzione di soggetto e predicato. Kant distingue i giudizi in analitici e sintetici.

I primi sono tautologichi, non forniscono nuove informazioni ma tutt’al più, analizzando il concetto di partenza, affermano qualcosa già implicitamente contenuto in essa o ne aumentano la consapevolezza. Questi giudizi sono indipendenti dall’esperienza e sono quindi universali  e necessari e la loro validità è fondata sul principio di non contraddizione, già enunciato da Parmenide. Al contrario i giudizi sintetici (sintesi come creazione, non riassunto), basandosi sull’esperienza, rendono possibile il progresso nella conoscenza aggiungendo nuove informazioni sul soggetto del giudizio, ma sono evidentemente pronunciati a posteriori e non possono essere posti alal base del sistema conoscitivo, come fecero gli empiristi.
Tuttavia Kant riesce a riunire i pregi dei due tipi di giudizio, l’universalità del primo e la sintesi del secondo, in un terzo tipo di giudizio; quello sintetico a priori.

La sintesi a priori

Tutto ha inizio dall’esperienza ma non tutto deriva dall’esperienza

Nella filosofia kantiana l’oggetto della conoscenza, come già anticipato, non è limitato al solo dato sensibile, da cui deve comunque aver origine ogni acquisizione, ma è comprensivo dell’organizzazione e della categorizzazione che gli è fornito dalla nostra mente. Questa attività mentale conferisce forma alla materia del conoscere, fornito dai sensi, e si basa sulle forme pure a priori, criteri comuni a tutti gli uomini. kant si occupa dapprima delle forme pure della sensibilità, il tempo e lo spazio, senza cui nulla potrebbe essere intuito e concepito. Infatti non ci è dato conoscere nulla nulla al di fuori del tempo e dello spazio, che non sono realtà esistenti per sé ma funzioni soggettive attraverso i quali percepiamo il mondo fenomenico. Inoltre tempo e spazio sono fondamentali sono fondamentali anche per collegare concetti diversi, poiché grazie ad essi possiamo ordinare i dati in contiguità (nello spazio) ed in successione (nel tempo).

Tuttavia la sensibilità senza intelletto è cieca, necessita della forma attribuibile solo dall’intelletto del soggetto che conosce. Esso opera confrontando i dati sensibili con alcuni concetti chiave, le categorie, presenti a priori nell’intelletto: queste non vengono acquisite con l’esperienza poiché non si può pensare di conoscere alcunché se non si presuppone la loro esistenza. Esistono 12 categorie, riuniti in 4 gruppi (quantità, qualità, relazione, modalità) ed attraverso esse, con l’ausilio delle forme pure della sensibilità, possiamo formulare un giudizio sintetico a priori, oggettiva ed universale.

Chi , a questo punto, non obietta e non si chiede come sia possibile che il reale sia disposto effettivamente come lo conosciamo, e, quand’anche le categorie garantissero i giudizi, cosa garantisce le categorie, probabilmente non ha compreso il discorso portato finora. Si ripresentava infatti un problema vecchio due millenni: come ricondurre la molteplicità e la mutevolezza del mondo all’unità e all’identità conoscitiva. Il filosofo stesso ammise quanto gli fu arduo compiere il successivo e fondamentale passo della Critica.
Agli altri, fermo restando che non possiamo comunque conoscere nulla che non sia in conformità con i nostri modi di conoscere le cose, Kant ha fornito la risposta.

Io penso

Avendo di fronte un oggetto, noi modifichiamo la sua realtà come esso modifica la nostra, ma come mai noi abbiamo (ap)percezione di esso ma non avviene il viceversa? Kant riutilizza il termine coniato da Leibniz, che lo definì come percezione di percezioni (in vicinanza del mare, ad esempio, noi non percepiamo il rumore di ogni singola onda, ma la somma che ne viene fatto da noi inconsapevolmente). Inoltre  tutte le rappresentazioni si perderebbero in me se, non solo percepissimo, ma non fossimo coscienti di farlo.
In sostanza noi ci accorgiamo di un sasso perché prima di tutto possiamo accorgerci di noi stessi e tanto più ci accorgiamo di un sasso diverso quanto più possiamo constatare che l’accorgerci di noi stessi non cambia.

Questa unità unificatrice, e quindi sintetica, contenuta nel soggetto viene chiamato da Kant “Io penso” o appercezione trascendentale (è definita tale ogni conoscenza che non si occupa degli oggetti ma del nostro modo di conoscerli). “Io penso” non definisce cosa io sia in me stesso o come appaia, ma semplicemente che io sono. Esso va intendersi come consapevolezza; non è nulla di individuale ma il nucleo comune a tutti gli uomini su cui depositano tutte le percezioni.

Kant finisce così per trovare nel cuore della soggettività il fondamento dell’oggettività della conoscenza.

pensatore rodini pensiero pensoso statua

Discussione

Trackback/Pingback

  1. Pingback: Critica a Immanuel Kant | Scripta Manent - 3 ottobre 2010

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

In passato…

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: