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Poesia e Letteratura

Noi siamo la nostra memoria


Cigola la carrucola del pozzo
l’acqua sale alla luce e vi si fonde
Trema un ricordo nel ricolmo secchio
nel puro cerchio un’immagine ride

-E.Montale, Ossi di Seppia 1924

Fermiamo il tempo e prestiamo attenzione all’immagine che ride nel puro cerchio perché, intuiamo, deve essere importante, ma non appena tentiamo di accostare il volto essa  si deforma e sembra, per poi divenire realmente, distante. Tuttavia l’evento si ripete giacché la carrucola cigola, nel presente, ora

ed ora

e la ruota riprende il suo movimento, alternando i sensi, ogni qualvolta la poesia viene letta. Cosa vi è di così prezioso nel pozzo? Di chi è il volto evanescente e quanto è importante il filo che ci lega ad esso e che una forbice minaccia sempre di recidere?

Troppo spesso lo studio scolastico, condotto in maniera orizzontale, per non dire superficiale, Eugenio montale ossi di seppia cigola la carrucola poetafocalizzato tutt’al più su pause e salti, allitterazioni e dissonanze, sulla metrica e sul commento personale, interessato a sondare l’atro fondo e dimentico della costruzione fatta, verso dopo verso, dal poeta; rischia di non farci capire che assieme all’acqua Montale andava recuperando la sua identità e, per mezzo delle vie che la poesia sola può percorrere, la nostra. Ci siamo proprio noi in fondo al pozzo, non un nostro riflesso; e la distanza che ci separa da noi stessi (per questo rimandiamo al concetto di scissione elaborato da Hegel) non suscita, ovviamente, nostalgia, ma qualcosa di molto più simile al senso di perdita di cui fa esperienza una persona colpita da amnesia. Infatti la memoria è l’unico modo che abbiamo per definire noi stessi (non si capirebbe, altrimenti, il travaglio dell’Innominato, personaggio emblematico dei Promessi sposi, sdotato, come era, di sensi di colpa); è il bagaglio che ci portiamo sempre appresso e di cui non possiamo liberarci, è il cumulo di esperienze, siano esse di vita quotidiana o dei cosidetti grandi avvenimenti, con cui ci confrontiamo con nuove situazioni e lo strumento con cui le affrontiamo. Il nostro essere abita soprattutto la nostra memoria perché non possediamo altro che il nostro passato.

Questo non vuol dire essere soggetti ad essa (ne sentiamo il peso soprattutto quando ci duole ricordarlo), è invece un invito a considerarlo e conoscerlo poiché chi non conosce il proprio passato è destinato a ripeterlo. Soltanto avendo presente, nella memoria, “le morte stagioni” (Leopardi, L’Infinito, 1819) possiamo apprezzare appieno “la presente […] viva e il suon di lei” che rimarrà a lungo tra i nostri ricordi e in quelli della posterità, che erediterà i nostri bagagli, e così vià, in eterno. Ma che suono fa, una stagione? Dipende, mi direte, ma si può sentirla, qualche volta, anche cigolare.

Contestualizzare un ricordo non significa solo  indicare il tempo a cui fa riferimento, ma anche il luogo, e quando ci troviamo in una situazione simile a quella di Foscolo la scissione spaziale si sovrappone a quella temporale e viene avvertita quasi fisicamente.

Ugo Foscolo, poeta italiano

Ritratto di Ugo Foscolo

Né più mai toccherò le sacre sponde
ove il mio corpo fanciulletto giacque,
Zacinto mia, che te specchi nell’onde
del greco mar da cui vergine nacque

Venere, e fea quelle isole feconde
col suo primo sorriso, onde non tacque
le tue limpide nubi e le tue fronde
l’inclito verso di colui che l’acque

cantò fatali, ed il diverso esiglio
per cui bello di fama e di sventura
baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.

Tu non altro che il canto avrai del figlio,
o materna mia terra; a noi prescrisse
il fato illacrimata sepoltura.

-Foscolo, A Zacinto 1802

Ne più mai è una cesura definitiva, una condanna e una rinuncia ad ogni speranza di toccare, ora che lo si vorebbe con tutta l’anima, la terra ove il suo corpo fanciuletto giacque , senza avere, allora, nemmeno la consapevolezza della sacralità di quelle sponde. Ma non è forse la memoria stessa di Foscolo, e non il sorriso di Venere, a renderle sacre? Ove trasferisce la tenerezza, la serenità e la purezza suscitata dal ricordo di un bambino sdraiato sulla rena alla spiaggia ed all’isola stessa.

Un procedimento simmetrico è compiuto da Catullo nel trovare nella mutam cinerem un vessillo del fratello perduto in terra straniera e per cui è necessario compiere un viaggio attraverso le terre affolate e le acque desolate. Catullo tenta di recuperare nella memoria le sue tracce e di instaurare un dialogo transcendente il tempo e lo spazio (tema ripreso ed ampliato dal sopracitato Foscolo nei “Sepolcri”).

Cosa accade invece quando la perturbazione proviene proprio dalla memoria, quando la persona che siamo non coincide con la memoria della persona che fummo, quando una nuova personalità, formatosi sotto la coltre della memoria, ad un certo punto se ne sente ingolfato, infastidito?

[…] e il tormentato esaminator di se stesso, per rendersi ragione d’un sol fatto, si trovò nell’esame di tutta la sua vita. Indietro, indietro, d’anno in anno, d’impegno in impegno, di sangue in sangue, di scelleratezza in scelleratezza: ognuna ricompariva all’animo consapevole e nuovo, separata da’ sentimenti che l’avevan fatta volere e commettere; ricompariva con una mostruosità che que’ sentimenti non avevano allora lasciato scorgere in essa. Eran tutte sue, eran lui […]

-Manzoni, Promessi sposi XXI, 1840

Dopo anni di dominio incontrastato, di grandezza nel male, non già la coscienza, ma la memoria delle mille scelleratezze commesse pesa sull’animo dell’uomo, risveglia sentimenti contrastanti e provoca in lui una scissione la cui risoluzione si avrà fortunatamente prima di nuocere a Lucia, dopo una notte in cui le due personalità hanno rischiato di annullarsi a vicenda.

Al contrario Don Fabbrizio, il Gattopardo di Tommasi di Lampedusa (1958), facendo anche lui il bilancio della sua vita, trova rifugio e consolazione nella sua memoria, lo scrigno dei momenti felici della sua vita

Faceva il bilancio consuntivo della sua vita, voleva raggranellare fuori dall’immenso mucchio di cenere delle passività le pagliuzze d’oro dei momenti felici. Eccoli: due settimane prima del suo matrimonio, sei settimane dopo; mezz’ora in occasione della nascita di Paolo, quando sentì l’orgoglio di aver prolungato di un rametto l’albero di casa Salina […]; alcune conversazioni con Giovanni prima che questi scomparisse […]; molte ore in osservatorio, assorte nell’astrazione dei calcoli e nell’inseguimento dell’irraggiungibile.

Ma quelle ore potevano davvero essere collocate nell’attivo della vita? Non erano forse un’elargizione anticipata delle beatitudini mortuarie? Non importa, c’erano state, erano le sue memorie, erano la sua vita.

Noi siamo la nostra memoria, in essa si trovò il conforto di Catullo, la nostalgia di Foscolo, il tormento dell’Innominato e la felicità del gattopardo. E di queste memorie ci serviamo, oggi, per costruire le nostre.

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Discussione

2 pensieri su “Noi siamo la nostra memoria

  1. Complimenti … Bellissimo il blog e il post!!!
    Per la Poesia e letteratura in Arte Appuntamenti volevamo segnalare il seguente di NotitiAE:

    http://wp.me/pZKvG-av

    http://n
    otitiae.wordpress.com/2010/11/06/riprendono-gli-appuntamenti-letterari-di-fare-cultura/

    Grazie!

    Pubblicato da notitiae | 6 novembre 2010, 10:30
  2. Davvero noi siam quel che abbiam fatto

    Pubblicato da Eugenio | 8 novembre 2010, 23:35

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