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Filosofia, Poesia

Ode sulla memoria, ovvero la capacità di ricordare le sciagure sofferte


D’ingenuità peccava forse un poco
l’autor sì tanto semplice e sì umile
del cantico di lode alle creature,
vedendo nella morte a noi secunda
la causa estrema della sofferenza
e dell’eterno oblio per ogni spirto,
che morto ormai senza speranza
non vive fuor della pietà divina.
Giustificata è in lui la convinzione
che nulla sia peggior della mancanza
di Dio in codesta vita di dolore.
Talvolta può bastare un solo gesto
per dar di nuovo luce al nostro corso.
Infatti ne “Alla sera” foscoliana
troviamo evidenziata quell’idea
che niente sia più grave di cadere
nel baratro insondabile del nulla
eterno, ch’è quel luogo senza spazio
che tutto fa sparir nella sua notte.
E questa, ch’è per me la terza morte,
è il vuoto della mente e del ricordo
che tutto involve e fa perder per sempre.
Noi siamo in fondo quello che abbiam fatto
come ci fa pensare già il Manzoni
nel passo di un capitolo dei suoi1
in cui l’Innominato a sé ripensa,
ai suoi trascorsi infissi nella mente
che tanto pesan sulla sua coscienza:
lui cerca tormentato di fuggirli,
ma quelli a lui ritornano sovente
perché – e ha già capito ormai a sue spese –
che fanno insieme a lui la sua sostanza.
Scappare e rifuggire da se stessi,
dalla memoria del passato avuta,
ch’è parte tutta di quel che noi siamo.
Lo spazio che nel tempo ci divide5
da un dolce e tremolante e pur ricordo,
nella memoria è come una distesa
d’evanescenti acque e folli venti
che ci fanno apparire fra le nubi
più sbiadita l’idea che al sovvenire
è giunta di un ricordo che lontano
a stento cerca di tornar presente,
vessato dal trascorrere degli anni
e dal passar dei giorni nel frattempo.
Ma ecco, d’improvviso, si paventa
il rischio di una forbice pendente2
sul filo del ricordo congiungente
con noi quel volto di un trascorso antico
che sa d’essere fragile alla sferza
del vento, della storia e dello spazio.
Ma ricordar può essere un bilancio3
che, consuntivo della nostra vita,
ci faccia ritrovare nell’immenso
catasto delle ceneri passate,
emblemi di un passato inerte,
le paglie dei momenti a noi felici
che un senso danno alle sciagure inferte.
Purtroppo in questo indarno inseguimento
di ciò ch’è irraggiungibile e concluso,
noi siamo destinati al fallimento,
giacché a noi è precluso l’inseguire
ciò che non può più essere cambiato:
la storia senza “se” – noi si ripete –
e senza “ma” ha solo d’esser fatta.
Ormai più non importa quale via
ha d’essere percorsa per far sì
che tutto vada al meglio e senza noie,
e nulla conta ormai se ciò ch’è fatto
sia stata la miglior cosa possibile:
è quello ch’è successo e ciò ch’è stato.
Fa parte della vita e questo importa.
La mente qualche volta può sfuggire
alle severe redini dell’oggi,
e correr via, volare in alti cieli,
per poi sì riposarsi in un pensiero4
che sappia custodire con dolcezza
quel fanciulletto antico che ero un tempo,
che calpestava ancora quella terra
che dopo a malincuore ho abbandonato.
Mai più potrò guardare a quelle sponde
che si rifletton nelle tristi acque
del mare che mi vide ancora infante.
Quell’acqua che somiglia così tanto
al cerchio5 che lambisce in fondo al pozzo
i limiti sofferti del trascorso,
che a nulla giova ancora ricordare
ma che noi continuiamo a figurarci.
Fingendo di fuggire da me stesso
mi libro in mezzo al vento del ricordo6
che riesce così a farmi sovvenire
il suono di codesta rea stagione,
ma viva nei confronti di quelle altre
che sono dal presente dipartite
e morte nel pensier, nella memoria.
In questo volar via talvolta accade
che in cieli ancor più tersi e iperuranici
si riesca ad intuire in lontananza
i deboli confini dell’eterno.
Nella memoria infin troviam conforto7
quando ci venga appresso qualche morte
di una persona cara ora scomparsa.
La morte in noi, ch’è sempre prematura,
istilla il desiderio di volare
– almeno col pensiero – in altro tempo
il cui ricordo possa confortare
e far vivere in noi quel caro estinto.
E’ un tentativo estremo della vita
di non lasciare spazio al nulla eterno,
anche se non darà consolazione
il ricordar qualcuno ch’è scomparso;
ma il dolce figurarsi e l’armonia
vince di mille secoli il silenzio.


1 MANZONI, Promessi sposi, 1840

2 MONTALE, Le occasioni, Non recidere, forbice, quel volto, 1937

3 TOMASI DI LAMPEDUSA, Il Gattopardo, 1958

4 FOSCOLO, A Zacinto, 1802

5 MONTALE, Ossi di seppia, Cigola la carrucola del pozzo, 1924

6 LEOPARDI, L’Infinito, 1819

7 CATULLO, Liber, Carme CI, 56 a.C.

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Discussione

4 pensieri su “Ode sulla memoria, ovvero la capacità di ricordare le sciagure sofferte

  1. il dolce figurarsi e l’armonia
    vince di mille secoli il silenzio

    Pubblicato da Ode sulla memoria, ovvero la capacità di ricordare le sciagure sofferte « Scripta Manent | 8 novembre 2010, 23:40

Trackback/Pingback

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