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Poesia e Letteratura

Chi è il poeta? (3) Il principio della poesia


Che cos’è la poesia? Sovente questo dilemma attraversa generazioni e generazioni di uomini in ricerca di qualcosa che vada oltre “l’umano primo sentire”. In principio – per riprendere la parole di un noto critico letterario – la poesia è “suono e senso”, cioè un’entità capace di scuotere la radice stessa dell’istinto dell’uomo: così come il neonato prima vede con l’udito, e al suono melodioso della voce materna solo trova pace e tranquillità.

La stessa poesia trova origine dal comporsi ed armonizzarsi di suoni piacevoli all’orecchio, che è già nell’antica Grecia e nella voce dei rapsodi itineranti, come itinerante era la poesia, solo detta e udita e solo in seguito consegnata alle pagine della memoria scritta. Per facilitarne l’apprendimento e la memorizzazione (necessaria per una pubblica recitazione), adornata era sovente di forme e “topoi” costanti. Fra questi l’inno dedicatorio e la richiesta di ispirazione alle muse che, fin dai poemi omerici, divenne tappa obbligata del cammino poetico: “topoi” che ritroviamo in Lucrezio nel proemio del “De rerum natura”. Il poeta vi si propone di rendere omaggio1 a colei che “sola” governa “natura rerum”, la cui intercessione appare così fondamentale nella composizione di un’opera così vasta la quale si propone di comporre “tam lucida carmina” “de re tam obscura2.

Vero è che il bisogno di un divino ausilio compare anche in seguito nella storia letteraria universale; un esempio su tutti: la “Commedia” dantesca, resa solo possibile – nelle parole del poeta – dalla volontà celeste, giacché l’uomo da solo a fatica oppone il suo debole canto al turbinoso susseguirsi delle cose. “Perché la voce è poca e l’arte prediletta / immensa, e il tempo – mentre ch’io parlo – va3. Rieccheggia nella storia il grido d’insoddisfazione umano, e il suo istinto recondito di lambire – magari non solo a parole – l’infinito.

L’uomo è come una foglia caduca che il vento autunnale disperde – già disse Omero4 (lo ripeterà Virgilio, poi Dante, e ancora Ungaretti) – ma grazie alla forza della poesia giunge ad assaporare la tiepida brezza primaverile. E ad avere ragione del tempo, giacché “l’armonia / vince di mille secoli il silenzio5.

Magari – e questo è il sogno di tutti gli uomini, non solo dei poeti – la poesia, può alleviare il dolore di una morte a noi vicina, sempre troppo precoce nel tempo. In questo può trovare debole consolazione Catullo6 che, giunto sulla tomba del fratello morto lontano in Bitinia, null’altro ha da offrire che “postremo munere mortis”, l’estremo dono della morte, da non leggersi – a mio avviso – come tardo compianto funebre, quanto piuttosto come sincera esternazione di quell’affetto fraterno che proprio nello stesso componimento poetico, il carme CI, trova parole e spazio per essere conseganto al vento della storia e all’universale compianto umano.

Sull’acque travagliate da cui nascono i versi, aleggia sempre il rischio che la poesia, evidentemente carica di valorie significati, si trasformi solamente in “dulci melle2, dolce miele, piacevole e mellifluo fluido ammaliatore dei fugaci sensi, ingannatore dell’ingenua gioventù. A questo rischio, che sempre incombe in quell’eterna diatriba tra vero e bello, si contrappone una poesia carica di forti valori educativi, una poesia che sia psicagogica, forgiatrice di un pensiero e di una società migliori.

Umano sei, non giusto7 è la risposta del vecchio Parini ai consigli e all’uomo che aveva a lui portato aiuto: indignato per la sua triste sorte, lui cigno d’incommensurabile chiarore ridotto a scivolare nella neve perché non ricco e in lussuoso cocchio trasportato, aveva suggerito al poeta di scendere a compromessi, di prostituirsi per i potenti, di far “ulular” gli atri dell’aristocrazia delle sue umane richieste. A questo l’animo nobile (quello sì) di Parini non può piegarsi, né la sua poesia abbassarsi a tale stato di miseria. Rimasta integra ci giunge intatta e non corrotta, come lo spirito di coloro che a lor tempo molto ebber fortuna, a dispetto del Parini, morto con onore in povertà.

Ma che cos’è, che cos’è la poesia? Definirla sarebbe limitarla. Sicuramente sgorga da noi stessi e d’ogni cosa che ci sta attorno. Suggerisce Ungaretti8: essa non nasce dalla luce, vi fa ritorno il poeta ogni qual volta ricerca la quiete, per poi riportarla alla luce nella sua fragilità. Vi giunge il poeta in stato di grazia e in stato d’umana tensione, lui che carco di vita consegna alla parola i suoi dolori e le sue gioie (magari averne ancora da disperderne). E non finisce mai, né mai s’esaurisce. Riman pur tuttavia quel “nulla d’inesauribile segreto” che ha da esser preservato così com’è, ché il rivelarlo sarebbe a noi fatale.

Eppure solo in essa il poeta si trova vivo veramente, e di nuovo se stesso scopre in pace con le cose, l’armonia e la disperata quiete del cuore.


1 LUCREZIO, De rerum natura, Inno a Venere (58 a.C.)
2 LUCREZIO, De rerum natura, Il miele delle muse (58 a.C.)
3 GOZZANO, I colloqui, Totò Merumeni (1911)
4 OMERO, Iliade (VIII sec. a.C.)
5 FOSCOLO, Dei sepolcri (1807)
6 CATULLO, Liber, Carme CI (54 a.C.)
7 PARINI, Ode “La caduta” (1777)
8 UNGARETTI, Il porto sepolcro (1917)

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