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Racconti e prosa, Società

La prospettiva spirituale e sociale nel Cattolicesimo manzoniano


Alessandro Manzoni

Alessandro Manzoni

Onnipresente nel complesso percorso di vita del Manzoni (come in quello di qualsiasi uomo capace di leggere in profondità l’intersecarsi turbinoso delle cose) è il perpetuo dilemma tra tendenze intimistiche e spirituali e il desiderio di attendere a un impegno socialmente utile, più concreto.

E’ consuetudine individuare nella conversione manzoniana del 1810 la svolta cruciale nella sua evoluzione personale. Educato in ambienti di stampo prettamente cattolico (ricordiamo l’esperienza presso i padri Barnabiti e Somaschi), nella prima parte della vita, quasi secondo un istinto di repulsione, si sente attratto dalle più materialistiche tesi dell’Illuminismo d’Oltralpe. Frequentazione di circoli, dibattiti, piccoli lavori di carattere divulgativo e il matrimonio con Enrichetta Blondel, di famiglia vicina alla dottrina giansenista, caratterizzano questa fase, intesa al rifiuto di un sentimento religioso precedentemente imposto.

Ma alla stregua della contemporanea elaborazione foscoliana, travagliata dal desiderio di slancio verso il cielo e al contempo incatenata a terra dai vincoli delle umane vestigia, anche il pensiero del Manzoni va incontro a contraddizioni, momenti di delusione e al più misero impoverimento spirituale della persona: è il triste frutto di un impegno vuoto di sentimenti, alla lunga sterile, come la poesia didascalica che sempre più a fatica trova fredda espressione.

Non possiamo dire con certezza cosa spinse alla conversione, di comune accordo con la moglie; vero è che questo radicale cambiamento di prospettiva nella sua elaborazione spirituale lo porta in breve tempo alla composizione di numerose liriche di carattere religioso (“Natale”, “Pasqua”, “Pentecoste”, “Avvento”, raccolte sotto il titolo di “Inni sacri”), ma siccome mai gli estremi son da perseguire – lo insegna la classicità – assistiamo a un lento ma deciso riequilibrio delle tematiche manzoniane: nasce l’ode “Marzo 1821”, di carattere sociale e riformatore, e il “5 maggio”, mesto ma fiero compianto della personalità storica e civile di Napoleone. Un’ode che, non cadendo nel vizio celebrativo o d’improduttiva polemica, esorta tuttavia alla riflessione, caratteristica questa che d’ora in avanti diventerà ricorrente in Manzoni. Vedono la luce “I promessi sposi”.

Frutto travagliato d’anni e d’anni di studi e ricerche, il romanzo va alle stampe in versione definitiva nell’edizione del 1827, seguita nel 1840 da un’altra revisionata stilisticamente. Riemergono nei vivi personaggi, sia storicamente esistiti, sia accuratamente inventati, quei caratteri, quelle inflessioni, quelle tendenze in sì tanta parte della vita elaborate, tenute prima mute, nascoste, poi sgorgate nelle descrizioni, nei dialoghi, nelle profonde riflessioni.

In quest’opera trovano piena conciliazione quelle due divergenti tensioni dell’animo umano, spirituale e sociale, tanto apparentemente in contrasto quanto in Manzoni ben armonizzate. A un Cattolicesimo segnato dal forte impegno civile dell’arcivescovo Federico Borromeo (alla stregua dei moderni don Gnocchi e padre Marcolini) fa eco una Chiesa macchiata dal gretto opportunismo di don Abbondio e dal malavitoso connubio del Padre provinciale con le trame del Conte zio. Gesti concreti, non mere elucubrazioni teologiche né pretese sociali di utopistico stampo. E questo anche nel microcosmo di Renzo e Lucia, il primo portato allo slancio e all’azione (spesso avventata), la seconda più incline a una statica speranza nei misteri della divina Provvidenza, tuttavia mai semplicisticamente passiva.

Nuvole tempestose tempesta

Nuvole tempestose

Così, in questo complesso quadro di vita e di vite, troviamo un padre Cristoforo disposto a dare tutto per il prossimo, fin anche la sua stessa vita, come del resto ha sempre voluto. Troviamo una profonda ignoranza popolare, radicata al tempo stesso negli organi di governo, incapace lì di fronteggiare le umane sciagure, incompetente e superficiale. Troviamo la carestia, la guerra, il contagio; troviamo soprusi e ingiustizie, morte e tragedia.

Eppure (per non so quale ragione spiegabile) su tutte queste cose si stende il lume di un progetto superiore, di un disegno imperscrutabile di celeste prerogativa, là dove l’uomo, le masse, le istituzioni avevano miseramente fallito. Così, come lo sporco del trambusto del tutto da un acquazzone viene lavato via, disperso – forse non per sempre. E dopo la tempesta la quiete e la pace di un nuovo cielo, e fra quelle nubi alifere che già cominciano a dar segno di diradarsi, magari il debole filtrare di un raggio di luce, speranza di sereno.

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