//
you're reading...
Poesia e Letteratura, Società

La piazza, luogo dell’incontro, luogo della memoria


Giorgio De Chirico Piazza d'Italia

Giorgio De Chirico Piazza d'Italia

“Nessun uomo è un’isola”, e come tale per sua stessa natura tende spontaneamente a cercare altri uomini, a riunirsi con loro, a condividere un po’ di tempo e un po’ di spazio. Là dove la compassata pigrizia porterebbe a rinchiudersi nelle proprie confortevoli case e la ricerca di pace e tranquillità tenderebbe al volontario isolamento, il senso profondo di appartenenza alla vita esorta i fiaccati spiriti ad uscire fuori, in guisa di rinascita, di rifiuto della nostra silenziosa sofferenza quotidiana.

La piazza, il luogo di ritrovo, d’incontro (e di scontro) ha accolto molte volte le imprese di mercanti in cerca di fortuna, i guai e le carezze degli innamorati1, manifestazioni – le più disparate – aperte al pubblico, cause di diritto civile e penale, cortei di rimostranza, dure repressioni, stragi terroristiche, insomma il compiersi dei fatti e della storia concentrato in questo posto frequentato e di maggior effetto mediatico. Nel piccolo paesello rurale era il nucleo di diffusione delle notizie, e lì la gente andava per farsi parte attiva della vita sociale. Rilevo con sconforto l’abbandono attuale di tale intento, dubbiamente ricoperto in tempi moderni dal luccichio luminoso e dai suoni piacevoli, ipnotici e scomposti dello schermo catodico, tanto in voga e appropriato per anestetizzare le nostre tragedie interiori.

Piazza colma di gente festaA me sembrava invece che un tempo fosse diverso: la gente usciva da se stessa e trovava il coraggio di stare veramente con gli altri. Forse oggi i fanciulli sulla piazzuola, cantata da Leopardi2, sono rinchiusi al cospetto osannante di lugubri piaceri elettronici. La piazza del paesino3 è ora vuota e colma di malinconia. Al contrario, ebbro di chiasso e di moto confuso è il vasto piazzale cittadino; di qua, di là, di su, di giù la fretta ed il continuo inseguimento (di cosa poi?) sospinge gli ignari cittadini; ed ecco4, in questa turma le persone giunte in mezzo scompaiono e perdono se stessi immergendosi nella profonda vasca dell’anonima folla.

Un tempo la piazza non appiattiva l’individuo, ne valorizzava di contro la specie, e le naturali inflessioni sociali: fortune immense vedevano la luce ed altre ancor più grandi scomparivano, c’era movimento5, fervore, ordinata confusione; senso, in quell’apparente senza senso soqquadro collettivo. E tutti alla sera, rincasando, facevano ritorno alle loro dimore in qualche modo più ricchi di quanto fossero la mattina avanti. In questo modo, in secoli d’incontri, si è fatta la civiltà europea.

La città cresceva inesorabilmente in estensione e in altezza, in una lotta incessante, fatta di sopraffazioni infinite, le minime delle quali si esprimevano – nella parole di Brandi6 – nelle costruzioni a sbalzo, come nella silenziosa diatriba del sottobosco: una pianta si leva su un’altra e la copre, così come una casa cresce sull’altra e la soffoca, salendo alla continua ricerca della luce. La piazza, in quanto slargo luminoso, infonde forse un po’ di pace in questa disfida e ne attenua i toni.

Lo spazio, che divide l’ammassarsi turbinoso delle case, dissipa i rancori e riunisce i cittadini, donando loro parimenti occasioni di confronto e di cultura7. Cultura di piazza, non meno valida di quella dei salotti, forse più divulgativa, certo, ma poi, che importa ancora in un tempo impaurito dal brivido della conoscenza? Persone senza nome fanno ritorno attonite e compassate alle loro fiabesce dimore.

Piazza nella nebbiaCi vorrebbe più appartenenza alla vita8, avere il coraggio di passeggiare ancora per la piazzetta antica e mesta9, descritta da Penna, affrontare la propria memoria invece che fuggirla di continuo in futili passatempi. Non c’è tempo, non c’è più tempo da gettare negli abissi della noia, nell’oblio della perpetua inconsapevolezza dell’anima.

La “Piazza del Duomo”10, cantata da Saba, di giorno sede di fragorose vicissitudini, si spoglia la sera di tutti i vissuti trascorsi e passati, volati lontano. Sorge la notte in compagnia del crepuscolo e una spessa ma dolce nebbia tutto copre e lenta s’appresta a custodire. Nel cielo, non fulgide stelle o astri spendenti, ma vive parole dell’uomo s’accendono in questa placida oscurità. La vita riposa vivendo, vivendo riposa la vita, e più d’ogni altro non sono triste, non sono più triste.

Non siamo soli, bensì in compagnia di noi stessi.

Note

1 G. BALDAZZI e S. BARDOTTI, Piazza Grande, in “Casa Ricordi”, 1995

2 G. LEOPARDI, Il sabato del villaggio, 1829

3 Recanati, Piazzola Sabato del villaggio

4 V. CARDARELLI, Il cielo sulle città, Milano 1949

5 S. STEINBERG, Piazza san Marco, 1951

6 C. BRANDI, Piazze d’Italia, 1971

7 R. PIANO e ROGERS, centro culturale George Pompidou Parigi, 1971 – 1977

8 F. GUARNERI, Di teatro e d’altre nuvole, 2010

9 S. PENNA, Poesie, La veneta piazzetta, 1939

10 U. SABA, Il Canzoniere, Piazza del Duomo, Torino, 1961

Se vuoi leggere lo stesso articolo in francese…

Informazioni su Eugenio

Parole e idee possono cambiare il mondo

Discussione

Non c'è ancora nessun commento.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

In passato…

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: