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Poesia e Letteratura, Storia

L’evoluzione e l’uso della lingua dalle origini fin quasi ai giorni nostri


Pagina di poesiaFin dagli albori della civiltà la lingua ha rappresentato un fattore unificante di primissima importanza nella formazione strutturata e profonda di un popolo, e di una cultura comune. Vero è che nell’altalenante corso degli eventi umani non poche volte abbiamo osservato cambi di rotta e di prospettive nell’approccio alla parola sia detta, sia scritta su carta, sempre alla luce dello scopo che l’uomo infonde nel linguaggio da lui adoperato.

Il bisogno di comunicare (e di elaborare un veicolo di mediazione tra individui, gruppi, nazioni) insito è da sempre nell’uomo alla continua ricerca di contatti di volta in volta più organici ed espressivi. Fatto non indifferente e marginale nel processo di strutturazione di una primordiale società umana, complessa e basata sulla collaborazione organizzata fra persone. E’ senza dubbio ed esclusivamente grazie alla nascita dei primi idiomi che una forma di civiltà matura – che esulasse da approcci animaleschi ed istintuali – poté vedere la luce e la gestazione in seno ad antichi gruppi in rapida crescita: parlo dei Mesopotamici, degli Egizi e dei Fenici, dei Greci e dei Romani. Popoli accomunati tutti da una fitta rete di scambi e da una sempre più strutturata organizzazione sociale, culminante nelle forme, nelle istituzioni, negli apparati e nel diritto della civiltà latina.

Poi, con la caduta dell’Impero romano, vennero i Secoli bui, e con essi uno spesso velo di oblio fu steso su tutto ciò che era stato prima chiaro e luminoso. Tuttavia quell’immensa mole di elaborazione classica non andò perduta, solo smarrita e nascosta, coperta dallo spesso strato di polvere del tempo che tutto involve e fa sembrar scomparso. Eppure negli scaffali angusti delle biblioteche, dei monasteri il patrimonio passato si salvava e vinceva la sfida dei secoli.

Nel frattempo la lingua parlata, amalgama miscellanea fra i resti di un latino crepuscolare e il vario apporto di idiomi barbarici giunti da lontano, era evoluta, nella necessità di sopperire a un bisogno lessicale di termini specialistici, nel quadro di un profondo mutamento istituzionale, giuridico ed economico della società alla quale il linguaggio doveva necessariamente adeguarsi. Mancava tuttavia, specialmente a causa della massiccia frammentazione politica e culturale, la presenza di un canone, di una grammatica del volgare precisa e universalmente condivisa: ecco di conseguenza l’insorgere di forme tutt’altro che limpide ed oggettive. Sul fronte opposto dello scritto il prevalere della lingua latina garantiva ancora una comunicazione valida e riconosciuta in tutta Europa, sebbene questa si staccasse sempre più dal parlato e dalla gente comune. Si assistette, quindi, nel Basso Medioevo alla formazione di due divergenti forme di linguaggio, destinate a non ricongiungersi mai.

Se da un lato notiamo la cristallizzazione del latino accademico e della Chiesa, dall’altro, anche grazie all’apporto massiccio di scrittori quali i trecentisti Dante Alighieri, Francesco Petrarca, Giovanni Boccaccio, osserviamo un lento imporsi del volgare, già teorizzato nel “De vulgari eloquentia” come lingua da adoprarsi nelle corti (concetto ribadito poi nel Cinquecento nel “Cortegiano” di Baldessar Castiglione), luoghi preminenti di elaborazione del potere in un’Italia ancora divisa e frammentata, segnata dalle guerre.

La svolta umanistica del Quattrocento, in cui si assiste alla riscoperta filologica di opere classiche come il “De istitutione oratoria” di Quintiliano, evidenzia con chiarezza – pur nella rilettura critica della classicità – l’affermazione della lingua volgare, tuttavia nell’accezione ispirata ai sommi trecentisti: stilemi diventano dunque Petrarca in poesia e Boccaccio in prosa, come formulato dal Bembo in “Prose della volgar lingua”, del 1525. Viene di contro respinta la proposta di Machiavelli sull’uso del fiorentino parlato contemporaneo, come pure l’idea di una lingua cortigiana da adoperare in diplomazia e nei rapporti fra stati. E anche nei vocabolari (i primi ricordiamo sono del Trissino) sembrano prevalere il purismo e le forme del volgare illustre. A fatica ai primi del Seicento l’Accademia della Crusca rileva l’apporto dei cinquecentisti, in particolare dell’Ariosto e del Tasso, pur nella cieca convinzione di mantenere a tutti i costi la purezza di una lingua avulsa da innovazioni, sentite come fatali contaminazioni. Tutto questo a scapito della chiarezza e della freschezza nella comunicazione.

Per circa un secolo il divario fra scritto e parlato si inasprisce giungendo a forme pompose e roboanti il primo e a prose sempre più dialettali il secondo. L’apporto improprio e sfarzoso di termini spagnoleggianti arricchisce il quadro di oscurità e al contempo di vacuità della lingua. Persino in poesia Gian Battista Marino sancisce i nuovi canoni estetici: è del poeta il fin la maraviglia, / parlo dell’eccellente, non del goffo: / chi non sa far stupir vada alla striglia. E nel frattempo il bisogno e la ricerca di veracità e verità va dileguandosi. Anche la lingua, come ogni altra cosa dopo tutto, si veste di forme ricercate e artefatte, nella tendenza del secentismo fronzuto a preferire l’apparire, piuttosto che l’essere davvero.

Poi, il Settecento vide il sorgere nelle economicamente fiorenti città italiane del nord di circoli, di luoghi di ritrovo, di caffè, di riviste e periodici di varia natura: tutte occasioni di confronto intellettuale nel quadro più vasto di un’Europa ormai in pieno Illuminismo. E anche il linguaggio, veicolo indispensabile del progresso tecnico e sociale, incomincia, negli scritti illuminati di personaggi come Cesare Beccaria, i fratelli Verri, Carlo Cattaneo a prendere contato e a legarsi strettamente con il dato pratico – non solo teoretico – della realtà, pur affiancando a questo quello teorico.

Si ricomincia a dar valore al nesso causa-effetto.

Nuove idee entrano in circolazione, idee riformiste di rinnovamento profondo della società, in tutti i sensi, in tutti i campi. In questo la Francia, più saldamente legata dell’Italia al concetto di nazione, anticipa l’Europa e si fa bacino di irradiazione di tale processo. Scoppi la Rivoluzione, e il mondo intero commenta, dibatte, si fa partecipe emotivo e ragionato della storia universale. Parole e fatti si fondono in un tutt’uno: l’esternazione razionale dei concetti. Poi, vinto Napoleone, restaurato il passato, tutto sembra momentaneamente arrestarsi, anche se nel profondo maturano i semi di un’unità non solo politica, ma soprattutto linguistica e culturale dell’Italia.

Manzoni di questo si fa portavoce, cosciente – l’esperienza napoleonica insegna – che gli stati possono nascere e morire nel giro di poco tempo poiché fondati con le armi, ma che le nazioni, formate da popoli consapevoli di sé e delle loro potenzialità, non posson svanire nel nulla. Giacché la lingua e la cultura, malgrado chi la consideri incapace di dare il pane, è molto più potente dei fucili e dei cannoni, e alla lunga avrà ragione di essi.

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Discussione

2 pensieri su “L’evoluzione e l’uso della lingua dalle origini fin quasi ai giorni nostri

  1. in questo sito no c’è nulla che possa servire

    Pubblicato da sabry | 11 maggio 2012, 17:42

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