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Filosofia, Racconti e prosa, Società, Storia

La peste del 1630 descritta dal Manzoni, le inadempienze di oggi non riferite da nessuno


Storia della colonna infame Alessandro Manzoni Milano

La "Colonna infame" a Milano

Già nei primi capitoli dei “Promessi sposi” possiamo rilevare un pomposo moltiplicarsi di formule e decreti, là dove la forza vera delle istituzioni (quella di risolvere prontamente le problematiche sopraggiunte) andava di contro scemando, facendosi vuota, o quanto meno inefficace nell’affrontare le crisi. Basti pensare all’ammucchiarsi turbinoso delle grida in risposta al dilagare delle scelleratezze dei cosiddetti “bravi”: sembra quasi che l’unica reazione possibile, di fronte all’impotenza istituzionale, sia alzare il tono, e la violenza, e l’istinto monitore delle forme legislative. Tono, tuttavia, per niente sostenuto da un retroterra di provvedimenti concreti e di altrettanta – presunta – ampiezza. Si tratta pertanto di un approccio destinato a fallire, alla malandata stregua di un educatore capace solo di strillare vani rimproveri, o paventare immani punizioni, di fatto irrealizzabili.

In merito all’epidemia di peste, scoppiata in Lombardia nel 1630 come conseguenza alla calata lanzichenecca – ma senza dubbio aggravata dalle disastrose condizioni igieniche in cui versava la popolazione – Manzoni dipinge un quadro elaborato, minuzioso e complesso. Elemento primo è la stretta contrapposizione fra realtà e finzione, ben enfatizzata dalla lettura critica che ne fa: ad un primo paventarsi del morbo in coloro che – anziani – già ne avevano osservato cinquant’anni prima il decorso, risponde un severo rimprovero istituzionale nei confronti di tali istanze, bollate come inutili allarmismi. Ma le morti sospette continuano a mietere vite umane e i dotti – o presunti tali – si giostrano a formulare fragili spiegazioni, trovandole in strani ambigui influssi astrali. Nessun provvedimento serio viene preso per arginare la piena di un contagio lì lì per straripare.

E’ l’esternazione di un sentimento infantile che vede in tutto ciò che non capisce, o che non piace, qualcosa da fuggire o da negare, a tutti i costi e il più possibile, ché il riconoscerlo sarebbe ancor più fatale. Di fatto (e questo vale ancora) l’ignorare un problema non equivale minimamente a risolverlo, semmai ad aggravarlo, perdendo tempo prezioso in vane auto-assoluzioni o in sterile rifiuto della cosa stessa.

Quando poi – tardiva – giunge la consapevolezza dell’errore, la gretta ignoranza e l’istinto d’orgoglio (molto legato questo a quella) non fanno che perpetuare, almeno esteriormente, la cieca convinzione nella propria inetta ed ottusa ragione da parte di coloro che, d’altra parte, avrebbero più responsabilità nella vicenda, in quanto detentori di un potere mal riposto nella mani d’incapaci e duri ostinati testardi.

Scatta la rappresaglia, la ricerca disperata di capri espiatori su cui scaricare le ire della folla reclamante a gran voce giustizia. Si consuma la somma ingiustizia e innocenti vengono condannati. I veri colpevoli sorridono alle masse ignare della loro profonda inadempienza.

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