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Racconti e prosa, Storia

Rhetorica e retorica


Immagine tratta dal film "Il discorso del Re"

L’evoluzione delle parole e del loro uso, sintesi udibile e visibile del pensiero umano, è sintomatico per comprendere quella occorsa alle civiltà non considerando la quale ci risulterebbe difficile, se non impossibile, capire quale viaggio abbiano fatto alcuni termini che, pur mantenendo lo stesso significante, sono arrivati a noi con un significato molto diverso, talvolta opposto.

Esemplare, per questo fenomeno, è la parola retorica, di cui i due più grandi oratori dell’antichità, il greco Demostene e il latino Cicerone, avevano una considerazione certamente più alta di quel che gli è comunemente attribuita nella nostra contemporaneità. Proprio i due sopraccitati sono messi a confronto da Plutarco, nelle Vite parallele: entrambi hanno fatto della parola un aggregatore sociale, con essa hanno perseguito la giustizia ed hanno difeso la libertà delle loro società ed entrambi sono stati riconosciuti come autori di civiltà.

Quale altra forza avrebbe potuto raccogliere in un sol luogo gli uomini sparsi qua e là

Del resto, per l’Arpinate, l’arte del ben-parlare, del sapersi spiegare, poteva essere preso come discrimine tra una vita civile una selvatica, propria degli animali, dotati di un’esigua combinazione di gesti e versi per comunicare. Avendo gli uomini scelto una vita associata, regolata da codici e diritti, la discussione rimane, quasi sempre, l’ambito del confronto, che deve essere però, e questa era la sollecitazione di Cicerone, luogo di costruzione e di cura della salus, nei confronti del singolo, come leggiamo nelle Disputazioni tusculane, e nei confronti della collettività, come viene trattato nel De oratore. Il tramonto della civiltà romana pone fine, per molti secoli, all’esercizio dio questa facoltà. La retorica viene codificata e si sedimenta nelle pagine degli amanuensi, diviene una cosa vecchia.

Il fatto che nel periodo di tempo che separa gli ultimi medievali ed i classici vi sia quasi nulla, rese loro difficile concepire la distanza divideva. Essi commisero l’errore di ripetere le forme sintattiche e retoriche degli antichi, senza alcuna attualizzazione, ma anzi deformandole. Analogamente avvenne tra i seicentisti che avevano preso a modello, senza introdurre alcuna originalità, i rinascimentali.

In quel momento si completò la grave scissione tra la forma linguistica ed il suo contenuto; si cominciò ad assistere sempre più spesso ad una pratica quasi sofistica del discorso, si affermò uno stile oratorio improntato ad arzigogolamenti ed obnubulamenti, quasi che fossero le armi da utilizzare in una tenzone.

Tutto ciò non poté che far scaturire la diffidenza che ci accompagna oggi, tristemente comprovata dall’esperienza delle tragiche dittature del novecento, nei confronti della retorica, passato oramai ad indicare l’inganno, il secondo fine che si cela dietro le intenzioni dell’oratore. Non vennero a caso le parole di Mayer.

Ogni volta che le ideologie vengono meno, la retorica rinasce

Eppure gli, come Bobbio, si rende conto che una società in salute, libera, è solo quella in cui è garantita la libertà di discussione. Dobbiamo quindi sforzarci di ricucire lo strappo verificatosi tra il contenuto e la forma espressiva e distaccarci il più possibile da chi crede di possedere la verità ultima. Essa, come giustamente affermava Platone, si raggiunge solo mediante la dialettica e solo da uomini ad investigandum veritatem studio incitati.

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