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Poesia e Letteratura

612000 tonnellate di carne ed ossa, 126 tonnellate di materia cerebrale


Nel 1916, due anni dopo l’assassinio di Sarajevo, lungo 40 chilometri del fiume Somme, nel nord della Francia, fu combattuta la più grande e cruenta battaglia della prima guerra mondiale; quasi un milione di uomini morirono, morirono per conquistare 5 chilometri di terreno: una terra assai cara, avrebbe detto Dalton Trumbo.

Credo non ci sia nessuno che abbia fatto esperienza di questa o di una simile tragedia che possa cantare l’opera igienizzante della guerra. E’ soprattutto questo il messaggio di W.Owen, che si è chiaramente opposto alla concezione nobile della guerra, tipica per esempio di Brooke, nella sua poesia più famosa.

Bent double, like old beggars under sacks,
Knock-kneed, coughing like hags, we cursed through sludge,
Till on the haunting flares we turned our backs
And towards our distant rest began to trudge.
Men marched asleep. Many had lost their boots
But limped on, blood-shod. All went lame; all blind;
Drunk with fatigue; deaf even to the hoots
Of tired, outstripped Five-Nines that dropped behind.

Gas! Gas! Quick, boys!—An ecstasy of fumbling,
Fitting the clumsy helmets just in time;
But someone still was yelling out and stumbling,
And flound’ring like a man in fire or lime…
Dim, through the misty panes and thick green light,
As under a green sea, I saw him drowning.

In all my dreams, before my helpless sight,
He plunges at me, guttering, choking, drowning.

If in some smothering dreams you too could pace
Behind the wagon that we flung him in,
And watch the white eyes writhing in his face,
His hanging face, like a devil’s sick of sin;
If you could hear, at every jolt, the blood
Come gargling from the froth-corrupted lungs,
Obscene as cancer, bitter as the cud
Of vile, incurable sores on innocent tongues,—
My friend, you would not tell with such high zest
To children ardent for some desperate glory,
The old Lie: Dulce et decorum est
Pro patria mori.

Wilfred Owen 1917

Cosa c’è di decoroso nel morire annegati nel gas, nel dormire e nello svegliarsi nel fango, nel camminare scavalcando i corpi dei compagni morti, nell’incrociare gli occhi con quelli di un ratto sardonico. Ma la sofferenza non termina nelle trincee, anche dopo che i trattati di pace sono stati firmati, e molte stagioni sono venute e poi partite, gli effetti delal guerra rimangono, indelebili, nei pensieri e nelle coscienze dei sopravvissuti. Uno di questi fu Siegfried Sassoon, che visse ancora 50 anni dopo la fine della guerra, al contrario di Owen, che pure incontrò in un ospedale militare nel 1917, dove scrisse questa poesia.

No doubt they’ll soon get well; the shock and strain
Have caused their stammering, disconnected talk.
Of course they’re ‘longing to go out again,’—
These boys with old, scared faces, learning to walk.
They’ll soon forget their haunted nights; their cowed
Subjection to the ghosts of friends who died,—
Their dreams that drip with murder; and they’ll be proud
Of glorious war that shatter’d all their pride…
Men who went out to battle, grim and glad;
Children, with eyes that hate you, broken and mad.

Craiglockart. October, 1917

 

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