//
you're reading...
Politica, Società

La degradazione del valore del linguaggio, specchio della più profonda degradazione del pensiero



Ne era consapevole Crasso, e ancora di più ne era consapevole Cicerone che l’eloquenza, l’arte di dare corpo in parole alle proprie idee, era e sarebbe stata sempre una forza civilizzatrice nel lungo cammino di formazione e costituzione di una società dall’elaborazione strutturata, efficace e profonda, nonché veritiera. Alla stregua degli illustri retori greci, l’orazione era da pronunciarsi in pubblico, “coram populo”, così che la cittadinanza alla quale era direttamente o indirettamente destinata potesse arricchirsi con essa. Un tempo si aveva la grazia di ascoltare.

Molto spesso le civili argomentazioni prendevano spunto da fatti di cronaca, da cause giudiziarie private, da discussioni pratiche e concrete, utili ad ogni modo – per niente gravate dalla loro specificità – alla codificazione organica e sentita di norme e principi valoriali basilari nella vita associata. Segue brevemente il passaggio dal livello orale a quello scritto: nascono codici, leggi, diritti.

L’argomentazione, infatti, sgorga soltanto là dove la discussione è libera – come avverte Norberto Bobbio – e per la sua stessa natura, intesa a dirimere e motivare le scelte, previene efficacemente il rischio, tutt’altro che recondito, che a un pensiero debole e superficiale, a una necessaria ragionevole dimostrazione delle proprie opinioni, si sovrapponga con prepotenza, l’accattivante e lusinghiera orazione di un esperto nell’uso (non nell’arte) della parola. Parola piegata e contorta, tuttavia, ai fini opportunistici della propria propaganda personale, ben lontana dalla lezione ciceroniana, che vedeva in essa una preziosa occasione di promozione intellettuale e spirituale dei singoli e dell’intera società.

Ben sapeva, infatti, l’Arpinate che la “capacità di avvincere con la parola l’attenzione degli uomini, guadagnarne il consenso, spingerli a piacimento dovunque e da dovunque a piacimento distoglierli è una forza tutta umana dalla grande prerogativa civilizzatrice. Prerogativa che al contempo, se adoperata in maniera spregiudicata e senza coscienza civile, può portare all’annientamento, alla prevaricazione di una parte (quasi mai quella della verità) sul tutto. Questa sudditanza psicologica incondizionata – la storia ce lo insegna – è lo sciagurato alveo dell’instaurarsi dei totalitarismi, delle forme integraliste, degli estremismi d’ogni sorta.

E nel fanatico – rileva ancora Bobbio – mai disposto a sottoporre a revisione, a discussione la sua “verità” una volta assunta, o meglio ingurgitata, non potrà trovare sede il seme del dubbio, dell’autocritica, del discorso ragionevole, pensato come sforzo ed umile disposizione a ritrattare, a motivare le sue scelte, le sue ferree convinzioni delle quali è schiavo, delle quali si è così ciecamente infatuato. Mayer, nel suo trattato del 1977, fa notare che “ogni volta che le ideologie vengono meno, la retorica rinasce”. Questo è un segno positivo dei tempi giacché significa l’eterna battaglia della mente nell’opporre resistenza alle sinuose lusinghe di un pensiero pre-confezionato, disceso dall’alto, più facile, certo, ma che ha perso irrimediabilmente la virtù della veracità.

La gente sostanzialmente è pigra. Pigra di pensiero, pigra d’impegno, pigra di parole. Preferisce di gran lunga annaspare nell’oceano di parole a noi proposte, arraffare a grasse mani le più accattivanti per subito rivenderle al suo prossimo. Ciò è più facile.

Pochi abili prestigiatori del linguaggio, degni eredi del relativismo etico sofistico, prostituiscono a loro piacimento le parole; quelle stesse parole, un tempo così sapide di significato, prive dell’originale linfa comunicativa. Persino la politica, l’arte suprema di gestione responsabile della cosa pubblica, alla stregua del suo principale veicolo espressivo, subisce lo stesso scempio: una volta almeno si aveva la grazia di pensare.

Ora più che mai anche per pensare ci vuole impegno e accendere solamente quel lugubre aggeggio domestico (avete inteso ciò di cui parlo) costa meno fatica. Far politica significa ridare valore alle parole, essere fedeli ad esse, rispettare la verità delle cose e delle persone, sentire dentro di sé l’autorità della coscienza.

Annunci

Informazioni su Eugenio

Parole e idee possono cambiare il mondo

Discussione

Non c'è ancora nessun commento.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

In passato…

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: