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Il Primo Maggio, la Festa del Lavoro


Quarto stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo

Quarto stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo

 La Festa dei lavoratori – cito testualmente dall’enciclopedia – è una festività celebrata il Primo maggio di ogni anno che intende ricordare l’impegno del movimento sindacale ed i traguardi raggiunti in campo economico e sociale dai lavoratori. Le ragioni che portarono a a dedicare una festa per celebrare il lavoro risalgono alla seconda metà dell’Ottocento e alle battaglie operaie volte alla conquista del diritto ad avere un orario di lavoro quotidiano fissato in otto ore. Esso era figlio del motto della Prima Internazionale “otto ore di lavoro, otto ore di riposo, otto ore di svago”. Tali lotte, fatte di scioperi, occupazioni di fabbriche, cortei, e fin anche morti, portarono alla promulgazione di una legge negli Stati Uniti che nel 1867 garantisse tale diritto. Le lotte sindacali per sostenere la dignità dell’operaio tuttavia si resero ancora necessarie e molti altri lavoratori persero la vita durante uno sciopero. Basti ricordare i cannoni del generale Bava Beccaris puntati sulla folla e fatti sparare nel corso di una manifestazione nell’anno 1899.

Finalmente, dopo i primi tentativi in Canada, anche in Europa la festività del primo maggio fu ufficializzata dai delegati socialisti della Seconda Internazionale riuniti a Parigi nel 1889 e ratificata in Italia due anni dopo. Nel corso della storia italiana soltanto il regime fascista osò revocarla. Era il 1923. La Festa del Lavoro del Primo maggio venne soppressa e sostituita dal cosiddetto “Natale di Roma”, che si sarebbe festeggiato il 21 aprile. Tuttavia, alla fine del secondo conflitto mondiale, nel 1945, essa fu ristabilita. Ma i lavoratori continuarono a morire. Una data e un luogo: 1° maggio 1947, Portella della Ginestra presso Palermo.

Ad oggi, ora che questa giornata ha perso i connotati del sangue e dello sfruttamento dell’operaio e ha assunto il nuovo ruolo di interprete dei bisogni di una massa eterogenea di persone, lavoratori, in primis, ma anche disoccupati, pensionati, studenti, immigrati.

Per opera di quell’universale processo di relativizzazione e disinteressamento generale, anche la Festa del Primo maggio ha visto sbiadirsi le bandiere un tempo colorate tanto di rabbia, quanto di voglia di rinnovamento, di cambiare veramente le misere condizioni di vita e di lavoro nelle quali tante e tante persone hanno sofferto e ancora adesso stanno patendo ingiustizie e umiliazioni. Forse è come il “gabbiano senza più neanche l’intenzione del volo” di cui parlava Giorgio Gaber. Forse è solo la nostra dilagante pigrizia verso ciò che è impegno e determinazione, verso ciò che costa fatica, e non è comodo, o facilmente reperibile fra le vaschette dei surgelati di un centro commerciale qualsiasi, o facilmente sintonizzabile, come un sofisticato decoder digitale terrestre. Non esiste un pulsante sul telecomando che accenda la nostra volontà.

Volontà: parlo di una volontà vera, non di quella veloce con le parole ma alla prova dei fatti capace solo di decidere dove spendere i miseri soldi degli straordinari fatti e accumulati nel corso dell’inverno per potersi concedere – ora che sta giungendo la bella stagione – una meritata vacanza. Parlo della volontà che ci reca ancora al nostro seggio elettorale, a fare ancora il nostro dovere di cittadini, ormai senza più l’illusione che i politici che stiamo votando, dei quali non sappiamo neppure il nome – un po’ non vogliono che si sappia, un po’ non ci interessa più saperlo – il loro (dovere) non lo faranno. Lo sappiamo già: è un prezzo che abbiamo già messo in conto. È un prezzo che non dovrebbe mai essere messo in conto.

Dovere: che parola grossa, oramai anacronistica. I romani (Cicerone docet) avevano un termine appropriato per definirlo: officium. Tanto era importante per loro da dedicarci l’Arpinate un opera specifica, il De officiis. Eh sì, giacché per loro tale parola faceva rima con responsabilità, tanto noiosa da sentire quanto doverosa da ascoltare.

Rispetto: per le regole innanzi tutto. Rispetto verso gli altri prima d’ogni altra cosa, ma anche verso se stessi. Fare il proprio dovere, farlo fino in fondo. E farlo bene. Non imbrogliare sugli orari, rispettare i colleghi, sopportarli (loro faranno altrettanto). Smetterla di lamentarsi senza fare nulla per migliorare le cose. Per i dirigenti sono crimini gravissimi: non pagare la giusta mercé all’operaio (nell’enciclica Rerum novarum questo era definito come “un peccato che grida giustizia al cospetto di Dio”), sfruttarlo, umiliarlo, farlo vivere per un “sì” o per un “no”, considerarlo come una merce, non stimarlo. Sembra strano che possa parlare di stima, eppure ci vorrebbe anche e soprattutto questa.

Questi sono i principali princìpi che la Festa del lavoratori dovrebbe incarnare, questi che la pioggia dei tempi non dovrebbe mai lavare via dalle stanche bandiere. Abbiamo forse perso lo slancio di un tempo?

Quest’anno il Primo maggio sarà domenica, con grande rammarico per tutti coloro che vedono così sfumare la possibilità di progettare “ponti” o programmare vacanze attese da tempo. Coinciderà anche con la beatificazione di Giovanni Paolo II. Sono un uomo di scienza e ormai ho smesso di credere alle coincidenze. Sono solo triste dell’ennesimo tentativo (riuscito) di togliere valore ed essenza a questa festa da troppi considerata solo come una festa “socialista”, “rossa”, “comunista”, dunque non degna di essere festeggiata ma al contrario volgarizzata a misero raduno di partito.

La Festa del Primo maggio non è questo, non deve essere questo. In piazza o in famiglia, sul luogo di lavoro e nelle scuole, tutti noi abbiamo il dovere anche e soprattutto in quest’anno, in questi tempi perigliosi, di far vibrare le corde dell’appartenenza e del comune intento a rendere il mondo un posto migliore dove vivere, lavorare, studiare…

Giorgio Gaber disse in una sua famosa canzone che “libertà è partecipazione”: non partecipare sarebbe come rinunciare alla propria libertà.

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Discussione

9 pensieri su “Il Primo Maggio, la Festa del Lavoro

  1. è proprio vero, bisogna pensare di più a queste cose

    Pubblicato da Lorenzo Iannaccaro | 29 aprile 2011, 21:46
  2. Complimenti!

    Pubblicato da irisilvi | 30 aprile 2011, 22:07
  3. Aveva ragione Gaber “LIBERTA’ E’ PARTECIPAZIONE”, che non bisogna chiudersi nelle case, ma andare sulla strada, o come in questa festa riunirsi nelle piazze perché è li’che si esprime la LIBERTA’. GRAZIE a tutti quelli che oggi sono nelle piazze.

    Pubblicato da Gaviola | 1 maggio 2011, 10:59
  4. Reblogged this on Fabio Argiolas.

    Pubblicato da argiolasfabio | 1 maggio 2012, 01:32
  5. De officiis, non de officibus. Seconda declinazione, non terza. Cordialmente.

    Pubblicato da Giovanni | 4 maggio 2014, 20:32
  6. Buongiorno, ho trovato molto interessante. Avrei bisogno di chiedere in pvt..

    Pubblicato da Festa del Lavoro, Autore | 7 febbraio 2016, 09:38

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