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Poesia e Letteratura

La brezza del tempo che soffia


Ammettiamo per un momento che il tempo, la clessidra contenente la sabbia degli eventi, non esista: la foglie prima frementi nel vento, il corso dell’acque dei fiumi e le stesse umane genti appaiono in questo stato svuotate della loro essenza, della loro ragione di sussistere. Che senso ha infatti una foglia se non trema scossa dalla brezza? O un fiume, incapace di condurre ruscelli e torrenti di montagna nella vastità del mare?

Senza il concetto di tempo d’altronde vien meno la prospettiva dell’umana speranza, così essenziale nel giustificare le non poche traversie d’ogni presente. E senza speranza non v’è futuro proprio, né passato sensato. L’oggettivo e imparziale Tabucchi ricorda2 che caratteristica inscindibile del del tempo è la non reversibilità, correggendosi subito aggiungendo che “però non è cosa certa”. Anche lui, come altri, pur nel suo esser fedele all’oggettività, ai dati concreti, alle verità dimostrabili (virtù queste che dovrebbero essere proprie d’ogni giornalista) non riesce a sottrarsi all’attraente lusinga di un tempo invertibile, modificabile a ritroso. Ciò forse scaturisce dal fatto che tutti segretamente nutriamo il desiderio di correggere errori passati, dirigere il corso degli eventi, dare compimento a scelte non fatte, e anche, certo, non morire.

Fortunatamente per l’uomo tale intento è già stato raggiunto. La fede in Dio e nella redenzione umana per gran parte dell’umanità (eppure sempre meno) è riuscita a “sospendere il tempo”4 e dargli confortevole compimento, trascendendo il nostro “greve terreno incarco” nella grazia divina.

Dal Mas riconosce parimenti nell’uomo l’antico desiderio di Ulisse d’oltrepassare le Colonne d’Ercole, limiti imposti dal tempo e dallo spazio, limiti che forse solo apparentemente mettono freno alla continua spinta verso qualcosa di nuovo, verso qualcosa che stia più in là. “Cercare, provare, fallire e non cedere”6, tale è la chiusa pensata da Tennyson per la poesia dedicata al multiforme ingegno del greco Odisseo. Forse i greci in realtà sono di gran lunga più moderni di noi, offuscati come siamo nel nostro medioevo di perdizione, imbarcati su di una nave senza nocchiere né capitano. Il tedesco filosofo idealista Hegel rammenta a questo avviso che l’uomo raramente impara qualcosa dalla storia, quella stessa storia che i classici appellavano “magistra vitae”.

Eppure proprio di storica consapevolezza, gran necessità noi ne si avrebbe come lo storico Bevilacqua nel saggio “Sull’utilità della storia”1 ben dimostra e sostiene. La storia incarna “il tempo dell’uomo in relazione con altri” e la comune memoria viene elevata a suggello dell’universale unità umana e viene posta come fondamento culturale – dunque imprescindibile – dell’umanità. Questo può a buon diritto dirsi della storia oggettiva, quella degli eventi accomunanti gruppi e comunità eterogenee, quella che Braudel3 denota come “storia sociale”.

Esiste tuttavia – come lo stesso storico fa ben notare – una storia, un tempo individuale, soggettivo e personale, ma non per queste caratteristiche minimamente da considerarsi inferiore alla storia generale, bensì ancor “più appassionante”, “più ricca di umanità”, così come allo stesso tempo d’insidie e di pericoli. Il microcosmo dei semplici rapporti umani riflette il macrocosmo della storia comune, ma rispetto ad essa ci pare più bello e forse migliore, e non solo pel fatto che c’è più vicino, più prossimo al nostro sentire quotidiano questa cosa assurda che dicono Mondo. Non deve essere soltanto per questo motivo.

Il tempo interiore, benché relativo, è forse più vero di quello ufficiale scandito dal periodico rintocco dell’orologio. La mente dell’uomo ha il sommo potere di comandare il flusso del tempo quasi alla pari di Orlando, personaggio creato dall’artistica sensibilità di Virginia Woolf, capace di vivere decenni nell’arco di un pensiero. Per lei il tempo del corpo, quello che ci consuma, ci rende vecchi e ci pone fine, è solo quello delle poche azioni che compie: il resto è pensiero e parola affidata alla carta stampata, veicolo d’eternità.

Breve forse ci appare la vita per la nostra esigua dedizione a pensare, votati all’azione, al gesto eclatante, al fare continuo e compulsivo che ci divora e inesorabile consuma l’infimità della sabbia del tempo della nostra clessidra.

Esiste un motivo per cui la sabbia non scorre regolare nel corso di una vita: deriva proprio dalla nostra capacità d’immaginare una vita più grande, alle prime luci dell’alba di un nuovo giorno da moltiplicare dieci, cento, mille volte in sogno. A ciò è particolarmente disposto il fanciullo, la cui fantasia dilata il tempo e gli fa vivere un universo5 nel breve scoccare di un’ora. Poi, crescendo, il cancro dell’esistenza inizia a contrarre quel tempo, prima così denso, ora così veloce, evanescente, fuggevole alle dita. E ciò sempre più in fretta. “La vita fugge e non s’arresta un’ora”7, solo la morte o il sapore triste della malinconia ne può prendere e congelare una parte, quanto basta per vederla languire sotto i raggi di questo sole senza pietà.

Forse solo la poesia può porvi un meno effimero freno; sì, quella stessa “armonia che vince di mille secoli il silenzio”8, e addensa il tempo nello spazio di una parola sospesa nel bianco della pagina.

Un giorno la cosa che dicono Vita, questo “breve sogno”7 finirà, un giorno il tempo arresterà le sue lancette. L’unica speranza umana sensata è dunque dipartire da questa terra senza il rimpianto di non aver vissuto veramente o con la troppo tardiva consapevolezza che il tempo si misura con i battiti del cuore.

Note e citazioni da

1 P. BEVILACQUA, Sull’utilità della storia, 1997

2 A. TABUCCHI, Dopo il muro (La Repubblica), 2/10/2003

3 F. BRAUDEL, Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, 1949, Prefazione

4 F. DAL MAS, Con Ulisse al tempo dei kamikaze – intervista al poeta greco Vaghenàs (L’Avvenire), 18/1/2004

5 C. LEVI, L’orologio, 1950

6 A. TENNYSON, Ulysses, 1842

7 F. PETRARCA, Canzoniere, 1340 circa

8 U. FOSCOLO, Dei sepolcri, 1806

Tema di maturità 2004

Informazioni su Eugenio

Parole e idee possono cambiare il mondo

Discussione

Un pensiero su “La brezza del tempo che soffia

  1. Noi che abbiamo avuto la fortuna di “esistere” dobbiamo comprendere che siamo Parte di un Tutto, che non siamo un’isola, ma una cellula del grande corpo della Vita (Rei-ki, ricongiungere l’energia individuale, il ki, con l’energia dell’universo il Rei) dobbiamo ritrovare l’Armonia, la nostra energia d’Amore perche’ solo cosi’ il tempo trascorso acquisterà valore.

    Pubblicato da GAVIOLA | 8 maggio 2011, 21:01

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