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Società

Metafisica del viaggio


Turisti disattenzione parodia metaforaRicordo essere di alcuni anni fa la reclame di un rullino fotografico, in cui le qualità del prodotto venivano esemplificate in un modo alquanto singolare. Il turista che adoperava quel modello riusciva, infatti, ad ottenere fotografie migliori, tra tutti coloro che, passando in velocità accanto al Colosseo, dentro un taxi provavano ad immortalarne l’immagine.
“Che modo di viaggiare è questo?” ci richiama Saramago. E’ più simile invece alla routine di un barbiere, “fare un giro per questa città […], questa cattedrale […], dopodiché segnare una croce sulla mappa e dire -Avanti un altro-“ (José Saramago, 1999). Le ferie spese in questo modo non hanno nulla di sostanzialmente diverso dalle abitudini della normale vita lavorativa.

Goethe campagna Italia Gran TourNon si viaggiava così nel Settecento e nell’Ottocento: ricordiamo il “viaggio in Italia” di Goethe, opera nata durante l’esperienza, allora assai comune tra i giovani europei, del Gran Tour. L’itinerario, ripercorrendo la più antica “Via Francigena” portava gli intellettuali del nord Europa nel Mediterraneo, considerata la culla della civiltà, un museo all’aria aperta. Sebbene alcuni si spingessero fino in Grecia, la meta finale era generalmente la penisola italiana. Il viaggio poteva durare anche diversi anni; poiché in ogni città si fermavano, a raccogliere informazioni, sensazioni e ascoltare racconti sui luoghi, sui monumenti ma soprattutto sulle persone. Sono frutto di questa esperienza le “Cronache italiane” di Stendahl in cui l’autore ha cercato di condensare la passione e la vivacità del popolo italiano. Da questa esperienza guadagnavano non solo in ricchezza di conoscenze, ma anche in ispirazione per la loro arte, crescita e definizione della loro personalità; e attingevano una visione migliore, forse più oggettiva ma più interessata, del proprio paese d’origine.

“Non capisce, forse non ama il proprio paese chi non l’ha abbandonato almeno una volta, e credendo fosse per sempre” (Soldati, 1935). Lo sapeva bene Ulisse che, “bello di fama e di sventura, baciò la sua petrosa Itaca. Quale viaggiatore più antico e più mitico del principe greco? I dieci anni che lo tennero distante dalla sua casa, oltre alla disperazione, furono intessuti di momenti di genuina curiosità, di avventura, di sete di conoscenza, che caratterizza la semenza umana, poiché fatti non fummo per viver come brutti, ma per seguire virtute e canoscenza.
Tuttavia nessun viaggio è definitivo, ne la sete di Ulisse si placcò col suo ritorno alla terra natia; dovette anzi confessare alla moglie che un nuovo viaggio lo attendeva. Tocca a Tennyson, questa volta, riportare il discorso di Ulisse; un’orazione tutta improntata al futuro, che fa leva sulle molte possibilità della mente e dell’animo umano. “To search, to find and not to yield” si conclude la poesia. Appropriarsi dei colori, dei rumori e degli odori che solo i viaggi reali possono donare ma che anche una fantasia allenata può evocare.

E’ così che le quattro pareti di un’aula possono improvvisamente divenire una finestre sul mondo, se all’interno vi è almeno un viaggiatore che ha conosciuto la polvere dei deserti, il catrame delle autostrade ed il rollio di una barca, tanto poeticamente suggestivo quanto realmente spaventoso, e che proprio per questo può raccontarci le scalcinate periferie di Addis Abeba, la foresta pluviale poco distante da Lagos, i mercati galleggianti di Dacca, gli empori di Herat, le feste di Rabat, gli scantinati di Bucarest.
Il bambino che come il poeta è dotato di una maggiore forza immaginativa ama ancor più questi racconti e, piegato sul mappamondo, inventa il suo personale viaggio, lo progetta, con gioiosa pedanteria, fin nei minimi particolari.

Quando inizia il viaggio, il ragazzo si accorge che la realtà non ha nulla o poco a che fare coi progetti fantastici. Il paese che immaginava giallo è verde: quello che pensava fosse rosso è celeste. I due viaggi, quello fantastico e quello reale, quello delle guide e quello del mondo, ora si accordano, ora si combattono” (P. Citati 2004)

Non solo il viaggio immaginato è diverso da quello reale, ma ogni viaggio è diverso da quello precedente fatto negli stessi luoghi. Come scrisse Saramago, nessun viaggio comincia, bensì ricomincia, né si conclude, ma s’interrompe. Era dello stesso parere anche Calvino, per cui il viaggio è stratificazione di numerose esperienze, del presente e del passato, nostra e di tutti i viaggiatori che hanno seguito gli stessi percorsi. Si articola così anche il viaggio che tutti noi compiamo tra la vita e la morte. Dopotutto il viaggio non è solo metafora della vita, coincide con essa. E’ il presupposto fondamentale per la crescita.
Torodav individuava nella frenesia dei comuni tristi un impoverimento dell’esperienza del viaggio. Essi preferiscono l’inanimato all’animato e non hanno tempo, o non se lo sono dato, di conoscere i popoli ed incontrare soggetti differenti; non mettono in discussione la loro identità, quindi ritornano immutati dalla vacanza.

Forse non sanno che la cosa più bella che possa capitare a una persona è incontrarne un’altra.

Discussione

Un pensiero su “Metafisica del viaggio

  1. Un viaggio di crescita si può compiere anche senza visitare luoghi lontani, ma semplicemente interagendo con persone diverse da noi. Un pochino ogni giorno aumenta la portata della nostra capacità di adattamento e di comprensione del mondo animato. Con l’esperienza questo estingue quel istinto animalesco che manipola le nostre insicurezze, trasformandole in xenofobia che potrei definire l’anti-viaggio.

    Pubblicato da Eros Peschiera | 29 giugno 2011, 09:47

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