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Il sentimento, Poesia e Letteratura

Chi è il poeta? (4) Ali di gigante


Pagina di poesiaForse non basta una manciata d’esili versi, incisi nel bianco della pagina, a far della cosa che dicono mondo un posto migliore dove vivere, dove vedere inesorabilmente rattrappire le nostre più salde speranze con occhi pieni di perdonabile illusione. Eppure (per non so quale ragione spiegabile) sento dal profondo del cuore il bisogno di credere che della poesia possa sanare tutte le ferite della vita, o prolungarne di un solo giorno almeno la magica parvenza.

Non esiste “la formula che mondi possa aprirti”1 o incauto e senza colpa pretenzioso lettore: ciò non fa la poesia, bensì la scienza. Tuttavia, non è nostro destino in questa sede sondare “la parola che squadri da ogni lato”1 la nostra cruda esistenza e breve sulla terra. Ci è dato solo infatti “conoscer chiaramente che quanto piace al mondo è breve sogno”10 che subito svanisce e, in quanto tale, sa render solamente vane le speranze ed il dolore van con loro. Con queste delusioni in corpo permane solamente a noi “quel nulla d’inesauribile segreto”14, ma che forse ci è sufficiente per dar senso alla vita.

Fiducia in ciò dobbiamo avere un poco: poesia di uomini per uomini e – in quanto tutta umana9 – fallibile ancorché irrimediabilmente essere non perfetto, ma degno di venire a consolare, dar vita e poi nutrire quel cuore10 sì carco di strazio e di dolore, capace di accordare al ritmo costante dell’acciottolìo11 le sillabe dei versi di un piccolo fanciullo2. Tale è il poeta: non fiero scioglitor d’ogni questione, ma umile bambino malinconico12, senza pretese, né soluzioni in pugno, ma pieno d’inguaribile verità. Sì, quella stessa verità così cara ai logici in fragili stanza composte trova in terra forse più degno componimento.

L’invocazione omerica alla musa, in Tasso, giunge a chiedere chiarezza e luce che rischiari7 la poetica ricerca del vero, che “condito in molli versi, i più schivi allettando ha persuaso”. Egli prosegue, rendendo nuova vita agli esametri lucreziani che già un tempo avevano parlato di un “dulci melle”13, dolce miele obliatore, suadente e ingannatore per l’egro ingenuo fanciullo7 che lo beve. Questo può fare la poesia ed il poeta avvezzo ad arpeggiare con la lira, intento a avviluppare riccioli e volute di stampo barocco. E non solo nel secentismo fronzuto è stato lusingato dall’idea che bastasse la musica ad “esprimere i sogni che nascono dalla profondità della malinconia”6.

Come rilevato in merito a Lucrezio, è attributo del poeta precorrere i tempi e anticipare l’evoluzione culturale della comunità umana. Il suo è uno sguardo lucido, capace di “veder nuovo e veder da antico, e dire ciò che non s’è mai detto e dirlo come sempre si è detto e si dirà”5. Quello del poeta è un tempo assoluto. Questa prerogativa divina è allo stesso tempo la sua virtù e la sua maledizione, segnato da un destino simile a quello di Cassandra: dire la verità ed essere condannati a non venir creduti. Eppure, nonostante il poeta possa provare vergogna10, umiliato e vilipeso dalle genti, mantiene ad ogni costo la propria purezza e la propria integrità15, patita a caro prezzo. Gozzano parla di una preferibile “vita ruvida, concreta, del buon mercante inteso alla moneta”11 e a stento dichiara di vergognarsi, “sì, d’essere un poeta”. A ciò l’ha costretto la sorte e l’insaziabile bisogno di esistere.

Ad onta la storia punisca lui, innocente, non riesce a sottrarsi dall’assolvere l’umano compito di far luce nelle tenebre di dissoluzione, nelle quali l’uomo d’ogni tempo ha preferito nascondersi, e detergere con il suo pianto l’umanità dalla menzogna che lo acceca4.

Leopardi parlava d’illusione3, senza intendere, a mio avviso, tuttavia la falsità alla quale da lunga – spaventosa – memoria siamo usati. Parlava forse della medesima premura che ha un padre nel rivelare a poco a poco e con dolcezza ai propri figli le crudezze del mondo e al contempo preservarne l’immacolata ingenuità. Certo è che il poeta non ha la facoltà di rappresentare la totalità del reale, né l’ingiusta presunzione. Non deve e non vuole strappare di dosso quel velo che copre le cose: ha forse compreso che il velo è meno vero delle cose stesse, ma in questa debole illusione non v’è imbroglio, solo il bisogno di darsi coraggio16. Come l’Ariosto del Tiziano8 sorride malinconico all’astante ignaro di tutto, dunque più felice. Come il Totò Merumeni di Guido Gozzano17 sorride malinconico alla vita cosciente, terribilmente consapevole.

Possedere l’alto ingegno, la divina quindi umana, l’umana dunque divina fantasia non muterà la sua predestinata sorte. “Non muori di più. Non soffri di più. Non muori di meno. Solo la speranza è uguale e brucia nutrirla ancora di splendidi mattini”18. Vita, amore, poesia: tutto così breve, e sembrava eterno se solo cantato dai versi di ciò che diciamo poeta.

Note e citazioni da

1 E. MONTALE, Non chiederci la parola, da “Ossi di seppia”, 1925

2 S. CORAZZINI, Desolazione del povero poeta sentimentale, 1906

3 G. LEOPARDI, Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica, 1818

4 U. SABA, Parole, 1934

5 G. PASCOLI, Il fanciullino, 1897

6 G. D’ANNUNZIO, da “La tribuna”, 1893

7 T. TASSO, Gerusalemme liberata, Canto I, 1565-1575

8 TIZIANO, Ritratto di un gentiluomo detto l’Ariosto, 1508, olio su tela, National Gallery, Londra

9 L. ARIOSTO, Satira IV, 1524 circa

10 F. PETRARCA, Canzoniere, Sonetto proemiale, 1350 circa

11 G. GOZZANO, La signorina Felicita ovvero la Felicità, da “I colloqui”, 1911

12 G. GOZZANO, L’altro, 1911

13 LUCREZIO, De rerum natura, 58 a. C.

14 G. UNGARETTI, Il porto sepolto, da “Il porto sepolto, 1916

15 G. PARINI, Ode “La caduta”, 1784

16 G. UNGARETTI, Pellegrinaggio, da “Il porto sepolto”, 1916

17 G. GOZZANO, Totò Merumeni, da “I colloqui”, 1911

18 F. GUARNERI, Di Teatro e d’altre Nuvole, 2010

19 C. BAUDELAIRE, L’albatro, da “I fiori del male”, 1857

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