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Filosofia

Quid vera et falsa diiudicat?


Sovente l’uomo deve cercare la verità1, e con più vigore e slancio là dove essa sembra smarrita, e le nebbie dogmatiche dell’insipienza sembrano avere il sopravvento sulla ragionevolezza. Proprio quando per storiche congiunture un criterio razionale pare svanire.

La classicità aurea ha rilevato per prima (forse anche per ultima) il nesso fra questa e le virtù, quattro delle quali – sapienza, giustizia, fortezza e temperanza – sono da Cicerone indicate come imprescindibili nella formazione culturale ed etica, dunque politica, di un buon “civis Romanus”. La “cognitio virtutis”2 si rende necessaria particolarmente in tempi segnati dall’utilitarismo e dalla vorace ricerca del vantaggio personale, come punto di riferimento “quo referenda sint officia”, i doveri, niente di meno del forte e responsabile impegno del singolo per “omnium salus”. Seppure l’Arpinate, vessato dalle lotte fra fazioni, possa subire la lusinga della distaccata quiete e nutrire il desiderio di ritirarsi in un “otium” letterario nella stupenda villa tuscolana, è parimenti convinto che a nulla valgano speculazioni filosofiche di carattere teoretico e ricorda vivamente l’imprescindibile necessità che uomini capaci (in quanto sapienti) conducano la “Res publica” verso tempi migliori.

Talvolta questi tempi tardano a venire, e nell’attesa sono preceduti dalla corruzione e dalla decadenza di uno Stato – quello romano del I secolo dopo Cristo – che pare aver dimenticato gli insegnamenti di saggezza stoica dell’Oratore. L’impero non lascia più spazio a una dialettica di sapore repubblicano, e in mezzo al dilagare dei mali Seneca avverte il comprensibile bisogno di distacco, di quiete, di quell’ “otium” di cui già Cicerone aveva analizzato i presupposti. Nel trattato “De otio”3 descrive azioni quali l’attendere “bonis artibus” o il “colere virtutes”, in notevole anticipo su un Severino Boezio, autore tardo imperiale del “De consolatione philosophiae”.

Filosofia come ultima linfa vitale (forse impotente) per un mondo, quello antico, che va sfaldandosi irrimediabilmente, soffocato all’esterno dal dilagare delle barbariche migrazioni, ma ancor di più dall’oblio della dissoluzione su fronte interno delle ormai vuote – ma sazie – coscienza.

Nuvole tempestose tempesta

In questa Europa, già a metà oscurata dalle spesse nubi di un Medio evo, prossimo a offuscarne la memoria, un raggio di luce divina traspare a fatica fra le tenebre della dissoluzione di tutto. E proprio quando si palesa l’incapacità di istituzioni usate dal tempo, trascurate dagli uomini, rinasce il desiderio di cambiare veramente, cambiando, e di costruire un mondo nuovo dalle ceneri di quello vecchio. Ma prima che nei muri degli stanchi edifici, questa forza forza sorge dal profondo dell’anima di uomini, come Agostino, nativo di Tagaste, poi vescovo di Ippona. Un nuovo affectum” “desideria mea fecit alia”, scrive nelle “Confessiones”4 di un peccatore, divenuto uomo.

Se Dio s’è rivelato, non è stato Egli a infondere nuovo vigore nell’umanità: ha, infatti, solo tratto tale spinta dall’anima di ciascuno, facendo “partorire” la socratica demiurgica verità, nascosta, forse ben nascosta, dentro ad ognuno.

Oggi come allora c’è bisogno di verità, di quella vera, non predicata: il conformismo prevale sulla coscienza critica, la moda sulla riflessione, come la “lingua”4 di Cicerone, tanto più apprezzata del “pectus”4.

L’ “homo videns” più non cerca, non indaga, non interroga. Non è capace di “esercitare l’umiltà”1. È contorto di fronte a questioni semplici e semplicistico in rapporto a fatti complessi.

Non sa o non vuole “riconoscere la verità e farla diventare criterio di misura”1. Forse ha paura. Ingenuo, ignora fatalmente che nel vano sforzo di fuggire una fobia con un’insipienza, si finisce per sprofondare nel vuoto di entrambe.

Citazioni da

1 BENEDETTO XVI, Luce del mondo, 2010

2 CICERONE, Tusculanae disputationes, 45 a.C. circa

3 SENECA, De otio, 63 d.C.

4 S. AGOSTINO, Confessiones, 398 d.C.

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