//
you're reading...
Poesia, Scuola

Ode sul finire della giovinezza trascorsa a scuola, in vista di una maturità sofferta fuori


Tristi le mie parole ne la vita
ch’è giunta in questi giorni ad una svolta,
e ha aperto in me ormai l’età matura,
la giovinezza ingenua ha infine tolta.
La fine delle scuole superiori
attesa ed invocata fra studenti
vogliosi d’invecchiar velocemente,
ad ingannare il tempo sempre intenti,
nei lor pensier concorre a liberarli
dal giogo a loro imposto dalla legge
che vincola a passar le ore a scuola
e dalla noi vuota li protegge.
Duecento giorni l’anno dentro un aula
per tredici anni di scuola statale
concorrono a segnare nel profondo
la vita e lo sbocciare naturale
di un giovane ragazzo inconsapevole
di crescere protetto in un ambiente
dall’uso quotidiano regolato
nei tempi della vita di studente.
Per meglio e ben descrivere la svolta
in cui siam capitati in questa estate
sarà poi forse meglio ricordare
quei gesti e quelle azioni spesso usate
i mesi e mesi di fedele studio,
talvolta un po’ svogliato o disilluso
ch’è giunto d’improvviso a cambiar corso
e a far l’inusitato cosa d’uso.
Nati diversi e sì cresciuti vari
siam stati suddivisi in varie classi,
sezioni, leve, ordini, livelli
e gradi da scalare a brevi passi;
pagelle, esami, debiti, concorsi,
certificati, corsi, bocciature,
incontri, scambi, gite, promozioni
vissute tra soddisfazioni e paure.
Le ore incasellate in uno spazio
segnato da un costante calendario
ci sembrano un po’ meno imprevedibili
se definite da un preciso orario
che fa iniziare tutto con lo squillo
sì quotidiano della campanella,
talvolta fastidiosa e sì rombante
da far parere il sonno cosa bella.
In aula, tutti in piedi, il professore
si accinge a dare inizio alla lezione:
un breve appello mentre s’organizza
e annota qualche giustificazione
su quel registro cerulo di classe
nella colonna accanto agli argomenti
del giorno, annotati con solerzia
premurosa dal corpo dei docenti.
La prima ora passa inoffensiva
se non v’è il rischio di subir domande
e anche il più assonnato pian pianino
si sveglia al suono che la voce spande
del professore intento a snocciolare
nozioni d’ogni scolastico dicibile,
più o meno dai ragazzi riportate
nei loro appunti pien di vuoto scibile.
Un’ora dopo l’altra e tutto resta
uguale ed immutato nelle forme:
i sogni vagan lieti nella mente
che cerca di seguire un po’ le orme
di quei ragionamenti interessanti
sovente dagli alunni trascurati
e con più gran fatica a casa appresi
pei sensi dei rimorsi maturati.
Fra l’ora terza e quella successiva
v’è inoltre un breve tempo a noi concesso
per fare pausa un poco e riposare,
mangiare qualche cosa, andare al cesso,
discutere, parlar liberamente
saldando le amicizie già fiorenti
nel corso d’ore spese in compagnia
forzata dal comune esser presenti
sul treno, alla stazione e a quei cancelli
davanti ai quali tanto si è aspettato
e a lungo l’amicizia s’è plasmata
con ogni tempo e il cielo in ogni stato.
Di colpo squilla ancora il tempo, avaro
di prenderci la vita ad ogni sosta,
e netto ci comanda di tornare,
giacché l’essere lenti a volte costa,
in fretta in classe per ridare inizio
al solito invariato rituale,
magari reso vivo dal confronto
in sede di uno scritto o di un orale.
Quante paure in merito sofferte!
Quante preoccupazioni spesso vane
per voti, accenti, numeri sfuggiti
e dall’umano sforzo assai lontane!
Quant’è distante – quanto – il mondo vero
da quelle fredde cifre e da quei segni
che tanto fanno tutti palpitare!
Oscuro il senso, oscuri quei disegni
sottesi a quelle grigli valutanti
la conoscenza appresa e in sé finita,
che in pochi spenti numeri presumono
di valutare il senso di una vita.
Eppure con un numero si chiudono
i giorni delle scuole superiori
e a stento forse durano più a lungo
quei nati a scuola sfortunati amori.
Giunge con un preavviso van l’addio
che fa prendere a ognuno la sua strada
e senza chiasso fa svanire tutto
quel che s’è edificati pria che vada
quel tempo lungi da venire ancora
e breve – ahimè – da farsi ormai passato

giacché la mente umana è poca cosa
rispetto al mondo vasto che inglobato
avrà con gli anni questi anni lieti.
Soggiace nella mente quel pensiero:
persino l’amicizia vince il tempo
e impallidisce all’apparir del vero.
Di tante ore insieme oggi mi resta
un’ombra vaga e ardua a sovvenire,

un debole ricordo e qualche sguardo

su cui pensare pria di ripartire.

Annunci

Informazioni su Eugenio

Parole e idee possono cambiare il mondo

Discussione

Un pensiero su “Ode sul finire della giovinezza trascorsa a scuola, in vista di una maturità sofferta fuori

  1. Dicono che gli insegnanti abbiano un debito di crescita per via dei loro giovani alunni…..

    Di tante ore insieme oggi mi resta
    un’ombra vaga e ardua a sovvenire,
    un debole ricordo e qualche sguardo
    su cui pensare pria di ripartire.

    Pubblicato da irisilvi | 16 luglio 2011, 14:55

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

In passato…

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: