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Notizie, Politica

Mino Martinazzoli (1931-2011)


Chi era Mino Martinazzoli? Era un poeta, un esegeta finissimo, un cultore della Bibbia, un cristiano praticante e coerente, un politico onesto di grande spessore. Mino non scriveva poesie, ma amava la poesia. In particolare Dante e i Romantici; e fra i contemporanei David Maria Turoldo. Nelle conferenze ad altissimo livello organizzate in città, da lui presiedute, sul Leopardi, il Cantico dei Cantici o le parabole evangeliche, sapeva cogliere le profondità nascoste, con parole antiche e nuove. La sua esegesi dei Vangeli pareggiava quella dei migliori teologi. In parrocchia, di solito, partecipava alla Messa vespertina. Se ne stava ritto sul banco, alto ed attento. Solo all’omelia si sedeva e seguiva compiaciuto le spiegazioni del Vangelo. Un prete in particolare occupava in gran parte il suo cuore, don Primo Mazzolari. Lo ammirava in modo incondizionato così come in politica amava don Luigi Sturzo, Alcide De Gasperi, Giorgio La Pira, Aldo Moro. Da loro attinse nella sua scelta ideale per darsi in politica.

Martinazzoli, frequentato il Liceo classico Arnaldo di Brescia, si era laureato in giurisprudenza come alunno dell’Almo Collegio Borromeo di Pavia, incominciando a esercitare la professione di avvocato. Iniziò dunque la sua attività politica nel suo paese natale, Orzinuovi, nella bassa bresciana, come assessore alla Cultura. A partire dagli anni sessanta-settanta si affermò nelle file della Democrazia Cristiana di Brescia. Entrò a far parte del consiglio provinciale e divenne presidente dell’amministrazione provinciale dal 1970 al 1972. Eletto senatore e contemporaneamente consigliere comunale e capogruppo dello Scudo Crociato nel comune di Brescia, crebbe come politico e uomo di valori. Dopo vari anni al Senato il salto di qualità avvenne nel 1983 quando assunse la carica di ministro della Giustizia, incarico che ricoprì per 3 anni fino al 1986. Dal 1986 al 1989 si confermò uno tra i più importanti dirigenti democristiani.

Quando nel 1978 venne ucciso Moro, subì l’amarezza più profonda della sua vita di politico. “E’ una tragedia immane” disse, “ci porterà alla rovina ideale!”. E fu una profezia. Da segretario del Partito popolare, rifiutò l’abbraccio con Silvio Berlusconi, perché gli sembrava che fosse troppo diverso dal suo modo di concepire la politica.

Ha avuto grandi responsabilità politiche, ma non si è mai prestato a favoritismi di alcun genere. Un piccolo esempio può essere illuminante. Il figlio del meccanico di fiducia, era militare a Napoli, chiese al Ministro di avvicinarsi a Brescia. Per Martinazzoli sarebbe stato facile accontentarlo, ma Mino rifiutò: favorire uno significava discriminare tutti.

Il 12 ottobre 1992, con la Democrazia Cristiana travolta in pieno da Tangentopoli, venne eletto dal Consiglio Nazionale della Dc per acclamazione segretario del partito, con il compito non facile di salvare il partito dalla disaffezione degli elettori e condurlo fuori da una crisi di fiducia molto grave. Martinazzoli venne scelto col consenso di tutti per la sua reputazione di uomo onesto e anche in quanto “uomo del nord“, proveniente da una terra (il bresciano) in cui avanzava poderosamente il fenomeno delle “leghe” e la protesta contro i partiti di potere che si può dire continuata tutt’ora sotto il nome di “antipolitica”.

Ultimamente era cosciente che la sua malattia sarebbe stata fatale e preferiva la visita del parroco a quella dei medici. Infatti il giorno della vigilia ricevette la santa Comunione. In vita era stato “un principe del Foro”, il Segretario di un grande partito, un bravo Ministro (della Giustizia dal 1983 al 1986 e della Difesa dal 1989 al 1990), il riverito sindaco della città di Brescia (dal 1994 al 1998), un cultore delle Lettere, ma anche un credente, forte dei valori della fede cristiana, onestà, giustizia, rispetto. Valori – purtroppo – oramai estranei all’attuale classe politica in carica.

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