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Il sentimento, Scuola

A cosa serve studiare la poesia, il latino e le altre scienze inutili


Pagina di poesiaDal momento che vent’anni di televisione commerciale hanno fatto perdere ai ragazzi (e non solo a loro) qualsiasi interesse per la cultura, e dal momento che il denaro è diventato, soprattutto negli ultimi anni, il generatore simbolico di tutti i valori, è ovvio che, non capendo più che cosa sia bello, che cosa sia buono, che cosa sia giusto, i giovani capiscano solo che cosa sia utile. E da questo punto di vista la letteratura, l’arte e il latino sono proprio inutili. Qualcuno potrebbe giustamente replicare che se ogni cosa deve essere per forza utile a qualcos’altro, quest’ultima cosa a sua volta dovrà essere utile a qualcos’altro ancora, etc. Dunque, se alla fine non si giunge a qualcosa di inutile, tutte le catene di utilità risultano insignificanti e prive di senso.

Ma siccome questo è un ragionamento e le persone d’oggi non sono particolarmente attratte dai ragionamenti, forse sarebbe più opportuno imparare ad insegnare ai giovani che la letteratura e l’arte servono ad educare i nostri sentimenti, che non abbiamo ricevuto come dote naturale ma come conseguenza culturale del passaggio dagli “impulsi” espressi a gesti ai pensieri e alle emozioni espresse con l’ausilio delle parole. Di un linguaggio, alla fin fine, che tanto più si espande e approfondisce, tanto più ci permette di espandere e approfondire i nostri sentimenti. Ludwig Wittgenstein nel Tractatus logico-philosophicus scrive che “i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”.

Purtroppo secondo la logica (!) d’oggi anche le emozioni e le sensazioni devono poter essere comprati: una pastiglia, dell’alcol, tanta malinconia. Abbiamo preferito alla poesia la chimica dei sentimenti, perché non già più veloce ed efficace ma soprattutto facile. Abbiamo sostituito la nostra vita con un clone, ma rispetto all’originale molto vuota, apatica, sbiadita. Le emozioni sintetiche che ne scaturiscono non fanno riferimento ai classici amore, odio, passione (basti sfogliare Omero), bensì alla nuova mancanza di risonanza emotiva relativa ai propri gesti che i ragazzi chiamano “noia”.

Petrarca avrebbe detto forse “accidia”, i latini “aegritudo”, che tradotto suona più o meno come “malattia interiore”. Un germe silenzioso che lentamente ci divora dal di dentro.

Quali persone tuttavia avrebbero voglia di stare anni sui libri a studiare il Secretum di Petrarca o men che meno la noiosa lingua di Cicerone? I giovani sono i primi a chiedere incessanti e con atto di sfida a cosa potrà mai servire saper tradurre dal latino, in un mondo dove piuttosto andrebbe saputo bene l’inglese, che è internazionale e di sicuro ti farà trovare lavoro (?). Sono le stesse persone che a quarant’anni si iscrivono ai corsi d’inglese per adulti, spendendo una quantità spropositata di danaro e imparando una quantità spropositata di nulla. Il latino, poi, una “lingua morta” la chiamano, ignari di essere proprio loro stati fra coloro che hanno contribuito alla sua uccisione. Hanno tralasciato i difficili costrutti, smantellato la sintassi logica e del periodo, la consecutio temporum, l’uso corretto del congiuntivo in favore di una presunta semplicità e molto reclamizzata immediatezza dell’inglese, a lungo andare dimenticato anch’esso. Non hanno capito che l’indiscutibile efficacia della lingua di Shakespeare deriva proprio dalla profondità, dalla precisione e dal rigore della lingua di Seneca. Ma bene parlare e bene pensare richiede impegno, dunque fatica. Dunque non viene fatto.

Un giorno, sempre più presto, si accorgeranno di non aver mai saputo né l’inglese né tanto meno il latino. Diranno in merito al primo (ricordate la favola de La volpe e l’uva?) che non sarà più necessario, e in merito al secondo che necessario non lo è mai stato. Stenteranno a parlare in brutto italiano televisivo, magari mescolando qualche espressione straniera per atteggiarsi uomini e donne di mondo; non saranno in grado di coniugare i verbi nei modi obliqui. D’altro canto, il rapido sostituirsi di forme come “penso che sia…”, “pensavo che fosse…” con “penso” (si fa per dire) “che è…”, “pensavo che era…”, è forse espressione di una nuova sicurezza, che io chiamo superbia, di una persona che ritiene che lo cose vadano come lui pensa che debbano andare, e che gli altri se lo contraddicono, allora, hanno torto. Sono le stesse persone che spesso sbagliano, e ancora più spesso non sanno chiedere scusa.

La tradizione racconta che quando chiesero ad Aristotele a cosa servisse la filosofia, egli rispose che non serviva a nulla, in quanto non è serva. Ciò vale per l’arte, la letteratura, la poesia, e tutte le altre cose che ci tengono ancora in vita.

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Discussione

4 pensieri su “A cosa serve studiare la poesia, il latino e le altre scienze inutili

  1. Giri e giri di parole per cosa alla fine? E inutile continuare a sforzarsi di imporre queste materie, primo, non servono a niente, secondo, non piacciono a nessuno, terzo, chi finisce la scuola continua a leggere e studiare ste cagate? Percentuale di chi continua? 0,000001%

    Pubblicato da ivan | 22 novembre 2012, 17:35
    • Caro Ivan,
      mi dispiace che tu la pensi così. Ad ogni modo ci tengo a precisare che non parlo per difesa della categoria a cui appartengo, che tu considererai qualcosa del tipo “letterato” o affini. Ci tengo a precisare che io sono (cerco di essere) uno studioso di scienza e in particolare di fisica e matematica, cui ho dedicato i miei studi universitari. Potrebbe sembrare strano che le parole dell’articolo di sopra siano venute da un fisico, ma ti assicuro che sono veramente scaturite con onestà dal mio sentire. Non sono velata malinconia di tempi andati che rimpiango (non sono così vecchio come potresti pensare: ho 20 anni).
      Forse proprio perché non di un addetto ai lavori umanistici tali parole sarebbero ancora più curiose da indagare. Ma non voglio pretendere di imporre il mio pensiero, di un fisico che ama la poesia.
      Solo ti esorto a pensarci ancora su, senza liquidare così in modo sbrigativo le miei idee che vorrei tu condividessi. Se alla fine tu non ti dovessi trovare d’accordo sono aperto al confronto che sono sicuro arricchirebbe entrambi.

      Pubblicato da Eugenio | 7 dicembre 2012, 23:53
  2. Ciao Eugenio, mi permetto di linkarti un articolo (che ho scritto per il sito tesionline.it) che, secondo me, ha delle affinità con quel che tu dici. Buona serata

    http://psicologia.tesionline.it/psicologia/article.jsp?id=25173

    Pubblicato da davide | 6 dicembre 2012, 23:19

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