//
you're reading...
Teologia

La ricerca umana di Dio – parte 1


woman looking the skyline by the seaSovente l’uomo deve cercare la verità1, e con più vigore e slancio là dove essa pare smarrita, e le nebbie dogmatiche dell’insipienza sembrano avere il sopravvento sulla ragionevolezza. Proprio quando per storiche congiunture un criterio razionale potrebbe svanire. Ancora di più in questi tempi, dunque. Il bisogno di un criterio di verità è specchio di un più profondo bisogno di dialogo con Dio: la via, la verità e la vita, o meglio la via, vera e vitale che sola può condurre l’uomo verso la redenzione.

Prova inconfutabile di quanto sia profondo e radicato nell’essere umano tale bisogno di “un qualche Dio”, che vada oltre la sterilità di una cerimonia, può essere da noi trovata nella meditazione filosofica di Seneca, romano e pagano del I secolo dopo Cristo. Nelle epistole egli sottolinea l’importanza di un’adorazione della divinità non affidata a gesti esteriori ma a un ascolto interiore della sua voce, sostenuto dalla convinzione stoica che Dio sia immanente e dunque dimori in noi e così in tutta la natura. L’espressione “prope est a te deus, tecum est, intus est”2 descrive un Dio non trascendente l’uomo, ma al contrario partecipe della sua razionalità, e un uomo che lo può “videre ex aequo”3, da pari a pari.

Se anche in un uomo estranio alla consapevolezza illuminante della Rivelazione vediamo fiorire la sete profonda di conoscere Dio, possiamo dedurre quanto tale bisogno sia insito nella stessa natura umana, dunque indipendente da vicissitudini e congiunture culturali e storico-geografiche. Il sorgere stesso dei grandi fenomeni religioso-filosofici quasi contemporaneo in Europa, vicino ed estremo Oriente verso il VII-VI secolo avanti Cristo evidenzia la naturale attitudine, propria dell’essere umano pensante, alla continua e instancabile ricerca di Dio. Pertanto proprio perché scevra da localismi e brevi fenomeni (destinati a non durare), tale ricerca si è sempre compiuta nei limiti e nei condizionamenti imposti dall’essere uomo. Dunque, nello specifico e nelle caratteristiche che contraddistinguono l’umanità possiamo trovare i possibili approcci e gli inevitabili ostacoli di questo continuo cercare “qualcosa”.

Il senso drammatico della finitudine e della precarietà della condizione umana, segnata questa dall’ineludibile certezza di dover deperire nell’arco breve di una transizione mortale (ahimè troppo mortale), ha portato a cercare in un soggetto durevole un termine cui rivolgere la terrena esistenza, per dare senso, nonché debole consolazione. Arte, tecnica, scienza, pensiero, esperienza religiosa sono tutti interessi atti a prolungare oltre la morte corporale la nostra effimera esistenza o anche solo capaci di gettare un velo oltre la coltre del tempo: imitazione, emulazione, ammirazione (cioè memoria). Il senso del numinoso, congiunto col divino cui aspiriamo rapportarci, sottolinea nel suo essere eterno – altro rispetto a noi e infinitamente grande – la nostra finitudine, non tuttavia ispirando svilimento bensì quella sana umiltà che ci salva dal pretendere ad ogni costo, peccando di superbia, di poter “decernere” con forza e determinazione il destino della nostra vita e del mondo intero a noi circostante.

Inoltre il crederLo (dunque saperlo) buono e giusto4 ci garantisce da un lato giustizia ultima, certezza necessaria, questa, per accettare i torti e i travagli della vita, e dall’altro lato il definitivo perdono e la salvezza, precipua motivazione a non abbattersi, a non arrendersi nell’umiliazione5 e a permetterci speranza per il tempo presente e l’avvenire. Quest’ultimo aspetto dell’esperienza del divino si completa tuttavia nel senso del mistico, un’espressione di affidamento e talvolta di abbandonata immersione in Dio, rispetto al quale ci troviamo così in comunione d’amore e, sentendolo a noi vicino, reagiamo al senso numinoso dell’incolmabile distanza che divide l’uomo dal cielo.

In quest’ultima radice emotiva dell’esperienza religiosa è forse insito il primo dei rischi in cui si può incorrere nel procedere nella dubbiosa e allo stesso tempo gratificante ricerca di un incontro con Dio. Tali pericoli consistono quasi sempre nell’eccessivo estremizzare un singolo aspetto di tale esperienza, a discapito del carattere complessivo, completo e globale che deve necessariamente essere proprio di questo cammino di ricerca. Il rischio consiste nel vedere nell’atteggiamento mistico l’esclusivo approccio con cui rivolgersi a Dio, subordinando, d’altra parte, l’uso della ragione umana alla fragilità di un’esperienza sovente confusa con una sensazione estetica quale può essere il percepire la presenza del divino solo in momenti di particolare tensione emotiva e psicologica, nelle difficoltà così come nella contemplazione estatica del creato.

Non dico che l’approccio mistico sia errato in sé, tuttavia esso resta incompleto se non supportato anche dalla ragione. Tale facoltà dell’intelletto in quanto donataci da Dio sotto forma di Spirito Santo6 non potrebbe infatti contraddirlo o quanto meno operare senza avvertirne e approfondirne la presenza. Ciò è necessario perché la fede operi appieno. Sia l’atteggiamento “fideistico” (che presuppone la sola fede) sia quello “razionalista” (al contrario: sola ragione) se abbracciati singolarmente e in maniera esclusiva conducono a circoli viziosi autoreferenziali e in definitiva inconcludenti. Solo infatti un’esperienza del divino che li comprenda entrambi può dirsi completa e feconda di sana fede e sana conoscenza.

Infatti, siccome l’incontro col divino si attua tramite mediazione, esso implicitamente è affetto nell’espressione dei contenuti da problemi di natura terrena, linguistici, sociali, storici, etc. Una visione esclusivamente fideista, non potendo usufruire dei metodi della ragione (dalla lettura filologica delle Scritture, alla contestualizzazione storica e culturale del messaggio di Dio nelle diverse epoche), cade inesorabile nel generale un pensiero su Dio debole e talvolta fallace.

Vedi anche La ricerca umana di Dio - parte 2

1BENEDETTO XVI, Luce del mondo, 2010

2LUCIO ANNEO SENECA, Epistulae morales ad Lucilium n. 41, 66

3Ibidem

4Cfr Salmi 116, 5

5Dalla stessa radice latina “humus”, “terra”, di “umiltà” ma di significato proprio decisamente divergente, essendo il primo un atteggiamento negativo e concludente e il secondo di apertura e di sana consapevolezza verso se stessi

6Cfr Lettera a Timoteo 1, 7

Informazioni su Eugenio

Parole e idee possono cambiare il mondo

Discussione

Trackback/Pingback

  1. Pingback: La ricerca umana di Dio – parte 2 « Scripta Manent - 28 dicembre 2011

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

In passato…

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: