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Teologia

La ricerca umana di Dio – parte 2


Anselmo d'Aosta

D’altra parte, stessa cosa può essere detta per la visione “razionalista” dell’esperienza religiosa. Da secoli, infatti, la cultura europea, ispirata forse eccessivamente dai traguardi scientifici del modello cartesiano e logico-razionale, ha rischiato di presumere di potere, mediante tali modelli, chiarire e definire praticamente ogni cosa, anche ciò che pur essendo numinoso per definizione sfugge a qualsiasi limite terreno. Dio infatti, se volessimo riprendere un’espressione scolastica, potrebbe essere definito come “aliquid quo nihil maius cogitari possit”1, un qualcosa rispetto al quale nulla di più grande possa essere pensato. Presupponendo che per essere veramente perfetto non debba mancare degli attributi fondamentali, Anselmo d’Aosta giunse alla conclusione che tra gli attributi imprescindibili non poteva essere escluso quello dell’esistenza. Dimostrazione come questa del fatto che Dio esista (molto diffuse e apprezzate nel corso della storia della teologia cristiana) evidenziano quanto possa essere pericoloso operare per eccessiva ragione. Chi nega infatti l’esistenza di Dio, ne nega anche il concetto, dunque anche l’attributo che dovrebbe garantirne l’esistenza. Questo prova il fatto che tali dimostrazioni abbiano valore solo nel ristretto àmbito dei già credenti, dei quali al massimo rafforzano la fede. L’esistenza di Dio è dunque un concetto da accettare a priori, non potendo a posteriori dedurlo con il solo strumento della ragione umana.

Bisogna quindi accettare tale limite non come un ostacolo alla piena conoscenza di Dio, bensì come uno sforzo richiesto dalla fede, la quale se potesse essere totalmente giustificata con la logica perderebbe il valore e il significato originario di “fides”, vale a dire “fiducia”: “beati quelli che pur non avendo visto crederanno”2.

Agostino di Ippona - Joos van Wessenhove

Facendo riferimento alla filosofia di Agostino di Ippona, padre della Chiesa, possiamo d’altra parte affermare che se è la fede a cercare, è tuttavia ancora l’intelletto umano che detiene la facoltà di trovare (“fides quaerit, intellectus invenit”). Inoltre, sebbene in principio sia necessario che la fede preceda la ragione (“Se non credete non capirete”3), una volta conclusa la vita terrena, la fede è destinata ad essere superata dalla comprensione, dalla visione diretta e ultima della Verità. Il binomio ragione e fede trova in conclusione sostentamento solo nella compresenza di entrambi gli attributi umani, carismi donati da Dio dunque impossibilitati dall’essere contrastanti. L’esortazione agostiniana “crede ut intelligas” si completa dunque con “intellige ut credas” e viceversa, giacché è un atto proprio di un’anima ragionevole accettare qualcosa per vero.

Il Santo ci suggerisce dove cercare tale verità: “noli foras ire, in te ipsum vedi, in interiore homine habitat veritas”4. Dentro all’uomo risiede da sempre infatti quella parte di divino soffiata al momento della creazione, la quale non può se non tendere al ricongiungimento con la trascendente sua origine. “Capax Dei”, l’uomo ha la facoltà di comprendere entro la propria riflessione l’idea dell’ulteriorità divina e del totalmente altro rispetto ad esso, di concepire tale trascendenza e di poter sperare di raggiungerla.

V’è il rischio che egli non riconosca l’evento dell’incontro quando questo si verifica, giacché seppure si sia ricchi di precetti, vuoti possiamo essere di ragione. Al contempo, la sola ragione genera il pericolo che l’esperienza religiosa rimanga inesorabilmente a livello di fenomeno filosofico e storico, senza segnare nel profondo, senza essere aperti al dialogo, al cambiamento di noi stessi, alla condivisione. A ben guardare questi approdi ineriscono anche il campo dell’indagine e della divulgazione scientifica in senso stretto.

Bisogna aprirsi all’alterità per essere pronti a riconoscere l’incontro: in questo cammino di ricerca l’uomo non è lasciato solo. Così pure compito della Chiesa è aiutare a prendere coscienza che Gesù è “il Cristo, il Figlio del Dio vivente”5, morto e risuscitato6 per la nostra salvezza. Se mancasse questa consapevolezza, vana sarebbe la fede7 e vuota sarebbe la conoscenza.

Dio può essere conosciuto d’altro canto mediante la fede, le opere e la Scrittura. Nel corso della storia è avvenuto che diversi cristiani escludessero alcuni di questi tre aspetti estremizzandone altri. È il caso del Cattolicesimo preriformato, incentrato in maniera preponderante sull’importanza delle opere terrene a discapito dell’interiorità della fede; è il caso del Luteranesimo, fondato su “sola fides, sola Scriptura”, nella convinzione che Dio salvi l’uomo esclusivamente in basa alla fede avuta. La teoria della predestinazione, in forza tra i seguaci del Calvinismo, addirittura stabilisce che il destino del fedele sia già scritto dal momento della creazione e che opere e impegno non possano mutare in alcun modo la sorte prestabilita. In tali erronee interpretazioni la prospettiva umana della speranza risulta alquanto indebolita.

Il Magistero Ecclesiale ha dichiarato che Dio può essere conosciuto in maniera certa anche dal lume naturale della ragione umana mediante conoscenza mediata dalle cose da Lui create8. Chi dunque più di uno scienziato – attento a ricavare con paziente impegno e dedizione le leggi e gli equilibri della natura scritti “in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi”9 – puòpercepire la presenza di Dio?

Egli “sente nella sua ricerca scientifica la presenza del Creatore che lo stimola, che previene e aiuta le sue intuizioni, operando nel profondo del suo spirito”. Quale più grande gioia può esservi in terra per un uomo di fede, esperto nell’uso della propria ragione, se non intuire che conoscenza scientifica ed esperienza del divino risuonano della stessa armonia? Armonia che, in fin dei conti, è umana curiosità, instancabile ricerca, insaziabile bisogno di speranza.

Vedi anche La ricerca umana di Dio - parte 1

1ANSELMO D’AOSTA, Proslogion, 1078

2Giovanni 20, 29

3Isaia 7, 9

4SANT’AGOSTINO, Confessiones, 389

5Matteo 16, 16

6Cfr Matteo 28, 6-7; Luca 24, 6-7; Atti degli apostoli 2, 23-24; Prima lettera ai Tessalonicesi 4, 14; Seconda lettera ai Corinzi 5, 15; Seconda lettera a Timoteo 2, 8; Prima lettera di Pietro 1, 21

7Cfr Prima lettera ai Corinzi 15, 17

8Concilio Vaticano I, 1870 e Concilio Vaticano II, “Dei Verbum”, 1965, n.5. Cfr anche Lettera ai Romani 1, 20

9GALILEO GALILEI, Il saggiatore, capitolo 6, 1623

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