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Teologia

La divina Rivelazione – parte 2


Volta della Cappella Sistina, particolare "Creazione di Adamo" - Michelangelo

Nel caso precipuo dell’incontro con Dio, all’uomo viene chiesto totale e libero abbandono, senza che venga mai meno l’attributo dell’intelletto e della volontà in tale adesione al divino manifestarsi. Solo infatti una libera e volontaria presa di responsabilità, unita alla presenza nell’uomo della Grazia di Dio e del sostegno dello Spirito Santo, può condurre ad un’appropriata adesione di fede alla Verità. Ma d’altronde tale moto da parte dell’uomo verso Dio non si caratterizza in nessun modo come un gesto innaturale o forzato, così come scrive Bernardo di Chiaravalle “causa diligendi Deum, Deus est: modus, sine modo diligere”1. Il motivo di amare Dio, quindi, è Dio stesso; la misura è amarlo senza misura. Basterebbe dunque non opporre resistenza alla propria naturale propensione, la quale ci porta ad amare il nostro Creatore una volta riconosciuto come tale.

L’evangelista Giovanni specifica ancora a proposito della Rivelazione che “Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui”2, definendo chiaramente il fine salvifico della Rivelazione divina. Non è un caso che nel Vangelo di Giovanni, nelle lettere di san Paolo e nella Sacra Scrittura in generale resti viva testimonianza della divina Rivelazione, poiché proprio la Scrittura è parte integrante di essa. A questo proposito, il Magistero della Chiesa ne ha definita l’esistenza e l’estensione, volendo così specificare il carattere unitario e complessivo (tutta la Bibbia e in tutte le loro parti) dell’ispirazione biblica.

Se dunque possiamo trovare nella Scrittura manifestazione della viva presenza del divino, dobbiamo parimenti accostarci ad essa con alcune accortezze, dal momento che l’uomo e Dio – con tutte le loro divergenze e convergenze – ne sono autori allo stesso tempo.

Dal punto di vista di Dio, l’ispirazione è un’azione soprannaturale, fatto che ci garantisce che la Scrittura sia piena espressione della divinità, opera gratuita e carismatica. In questo senso, possiamo sottolineare la perenne attualità e la valenza universale del messaggio in essa contenuto, così come dice Gesù stesso: “Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno”3.

L’autore umano che ospita l’illuminazione divina della mente è assistito dal Signore, il quale ne amplifica le capacità espressive. In lui sempre è presente la mozione celeste della volontà che ci assicura l’inerranza e la piena attualità in merito a quello che su Dio ci insegna. Nella sola prospettiva terrena ciò è impossibile, giacché non siamo in grado di comprendere l’infinito con mezzi finiti. Solo un’intuizione ispirata può infatti farci giungere a vedere un po’ più chiaramente fra le nebbie del nostro essere umani.

Nella Parola tramandata possiamo trovare testimonianza vissuta del continuo moto discendente di Dio verso l’uomo, fin dal tempo di Abramo, il patriarca con cui stringe un primo patto concreto di alleanza. Si tratta però di un’alleanza più volte tradita dall’uomo, venuto meno al suo impegno, e più volte rinnovata da Dio, pietoso nei confronti del suo popolo. Tuttavia nella mentalità ebraica tale legame costituisce un elevamento delle dodici tribù di Israele al di sopra dei non appartenenti al Popolo eletto, con cui Dio avrebbe instaurato un rapporto esclusivo4. Un legame forte nel senso etimologico della parola “religare”, da cui “religione” (un forte patto che impegna e lega reciprocamente le parti prese in causa), così come densa di significato è la simbologia sottesa alla stella a sei punte, composta da due triangoli compenetrati a rappresentare il congiungimento fra un Dio discendente e l’umanità ascendente verso il cielo.

Tuttavia, come spesso accade, l’estremo presumere perfezione è sintomo di errata e parziale comprensione del messaggio: ciò ha fatto sì che l’eccessivo approccio leguleio e precettistico alla Scrittura rivelata, rimproverato fortemente da Gesù (“Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato”5), chiudesse talvolta gli occhi sulla vera natura universale della Rivelazione, ristabilita e rifondata con la Nuova Alleanza, la quale compie e completa l’Antica. È il nuovo comandamento dell’amore6 che proietta il patto tra Dio e l’uomo verso la rinnovata dimensione della caritas, non più della pietas, com’era caratterizzato il rapporto con il Signore dell’Antico Testamento: il Signore prima temuto, forte e vendicativo, ora Padre misericordioso capace di perdonare l’uomo peccatore7.

Se “la legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo”8. Solo che questa nuova e definitiva Buona Novella non è più rivolta ad un solo popolo, ad una comunità ristretta, destinata e quasi obbligata a custodirla gelosamente al pari di un seme chiuso in un cassetto, ma lasciato a seccare e non portato a fiorire. Essa è dono amoroso di Dio per tutta l’umanità, tutta unita nella Chiesa universale con l’impegno di farsi coraggiosa testimone fino agli estremi confini della terra. Per sempre.

Vedi anche La divina Rivelazione - parte 1

1BERNARDO DI CHIARAVALLE, De diligendo Deo

2Giovanni 3, 17

3Luca 21, 33

4Si confronti in merito alla Rivelazione di Dio ad Abramo Genesi 17; al principale rinnovo dell’alleanza sul monte Sinai Esodo 20; al particolare rapporto esclusivo con il popolo eletto Deuteronomio 7, 6 e Deuteronomio 14, 2

5Marco 2, 27

6Cfr Matteo 22, 36-40

7Si confronti a questo proposito la “parabola del figliol prodigo” Luca 15, 11-32

8Giovanni 1, 17

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